di
Gaia Piccardi
Dopo l'inferno di Parigi il numero uno al mondo torna a brillare in un dejà vu di cui non ci stancheremo mai. Come una fenice, sull'erba di Londra risorge dalle ceneri più forte di prima
DALLA NOSTRA INVIATA LONDRA - Come ci insegna la storia, il muro di Berlino, alla fine, è crollato. Al tramonto di un’altra domenica di gloria per il tennis italiano, Jannik Sinner si abbandona sul prato di Church Road, gli occhi negli occhi con gli dei dell’erba, l’affanno nel petto. Il 28 maggio quasi sveniva in mondovisione a Parigi, travolto dai limiti di un fisico fiaccato dal carico eccessivo («Dovremo essere bravi a non stressarlo troppo, se vogliamo una carriera lunga» promette coach Vagnozzi) e adesso solleva la coppa di Wimbledon che gli consegna la principessa Kate, in un déjà vu a cui non ci stancheremmo mai di assistere. È il quinto titolo Slam, il secondo di fila qui a Londra, in contumacia dell’arci-rivale Alcaraz. Ha battuto in quattro set il migliore degli altri, Sascha Zverev, trasformato dal sapore dolcissimo del Roland Garros, ma non abbastanza.
Al secondo quindici è già partita vera: lungo scambio, Zverev chiama a rete Sinner e lo trafigge con una volée di rovescio; sotto 15-30, Jannik pareggia tirando un ace a 212 km all’ora. È passato un minuto dall’inizio: aggrapparsi all’architrave del servizio per non soccombere sarà il tema di tutta la finale. Bella, tesa, intensa. Zverev è un altro giocatore. Più libero, quindi leggero. Fino al 4-3 il tedesco cede due punti sul servizio, poi si va per la prima volta ai vantaggi: con un inedito doppio fallo, offre la palla break. Su un innocuo palleggio, Jannik stecca di dritto. Le percentuali dei duellanti sul colpo di inizio gioco, impongono il tie break. Entriamo in zona Sinner, eppure la perfezione in questo frangente è made in Germany. Ogni punto è un colpo vincente: 16 velocissimi palpiti di cuore. La nuova tempra di Sascha ha innalzato, insieme a tutto il resto, anche il livello del suo dritto, per solito impreciso. Quello di Sinner, invece, torna a vacillare come a inizio torneo, prima che coach Cahill lo convocasse sui campi indoor dell’All England Club per una sessione di fissaggio.












