PARIGI. Erano 49 anni fa, l’Italia si prendeva la Bastiglia del tennis, il Roland Garros e lo faceva con un ragazzo che giocava a tennis in un modo divino, una grandeur alla romana fatta di veroniche e volée, di ciuffi spostati, ponentino e Dolce Vita: Adriano Panatta entra nel pantheon della terra rossa in un anno che più formidabile non sarebbe potuto essere. Per il tennis italiano e pure per il calcio, basti pensare che lo scudetto lo vince il Torino, ventisette anni dopo la tragedia di Superga. Il trionfo di Panatta arriva 16 anni dopo quello di Nicola Pietrangeli (1959 e 1960 le stagioni da regnante dell’azzurro) e anche se ora ci sembra preistoria ci avrebbe portato nella modernità. Adriano batte in finale 6–1, 6–4, 4–6, 7–6 l’americano Solly Solomon, uno che, come lui stesso racconta ne “La Squadra”, aveva già schiacciato negli spogliatoi “ma te vedi allo specchio” lo sfotte Adriano. Panatta e poi una lunga, lunghissima rincorsa.
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Gli anni bui del tennis italiano, subiamo l’ondata svedese, poi quella spagnola ante Nadal, un mazzo di argentini, Anders Gomez, Ivan Lendl e pure Michelino Chang che farà ammattire Lendl tra battute da sotto e banane smozzicate nei campi di campo. Vince anche Andrè Agassi, riesce dove fallisce John McEnroe che si aggira oggi per i campi del Roland Garros come se non fosse mai stato McEnroe. Felpona con cappuccio, tuta fuori dal tempo, Converse basse e sacca del tennis. No, scusate, è proprio John McEnroe.













