Adriano Panatta guarda il tennis italiano di oggi — dominato da Jannik Sinner e Carlos Alcaraz — e inevitabilmente torna con la memoria al 1976, all’anno che lo consacrò tra Roma e Parigi. Cinquant’anni dopo, il protagonista potrebbe essere il 24enne di Sesto Pusteria, dato che lo spagnolo è fuori per infortunio al polso, costretto a saltare anche il Roland Garros. Per Panatta, il parallelo tra lui e Sinner non è poi così azzardato: “Sarei felice se vincesse un italiano — scherza l’ex campione romano nell’intervista concessa a La Stampa — Non solo Jannik, ma anche Musetti o Cobolli. Così magari smettete di chiamare me”.

Dietro la battuta, però, c’è una convinzione chiara, quella che oggi Sinner parte davanti a tutti: “È nettamente favorito — spiega Panatta, sottolineando però un passaggio importante sul tennis moderno — ma la verità è che sono spariti gli specialisti. Una volta c’erano gli argentini sulla terra o gli australiani sull’erba che, anche se non erano tra i primi dieci, potevano battere chiunque sulla loro superficie. Oggi sono tutti universali”. Ed è proprio questa trasformazione del tennis che, secondo Panatta, rende Sinner ancora più difficile da fermare: “Qualcuno che sulla terra si esprime meglio c’è ancora, ma il livello medio si è uniformato”.