Parte da Chioggia e Caorle la rivolta anti-governativa dei pescatori dell’Adriatico a causa del caro gasolio a seguito della Guerra del Golfo e di una serie di inadempienze nel pagamento degli arretrati del fermo-pesca. Dall’1 giugno è cominciata la settimana di agitazione che ha portato una cinquantina di barche a fermare i motori in provincia di Venezia. Hanno deciso di restare in porto e di stendere lenzuoli bianchi con le scritte: “Salviamo la pesca”, “Stanchi delle promesse non mantenute”, “Burocrazia troppo lenta, blocca gli aiuti necessari” e “Chiediamo il rinnovo del credito d’imposta”. La decisione è stata presa durante un’assemblea che si è tenuta al mercato ittico di Chioggia, presenti anche alcuni rappresentanti di Pila e Goro, ed è cominciata la mobilitazione per coinvolgere le altre marinerie dell’Adriatico. Rimini e Termoli hanno già dato la loro adesione.

I punti della controversia sono quattro. Innanzitutto il rimborso del credito d’imposta sul prezzo del gasolio. “Attendiamo i fondi da tre mesi – spiega l’armatore chioggiotto Elio Dall’Acqua – e fino adesso, non solo non è arrivato niente, ma ancora non abbiamo i codici per poterli richiedere”. Visto l’aumento dei costi del carburante c’è, inoltre, la richiesta dei pescatori di prolungare il decreto sul credito d’imposta sul gasolio almeno fino a fine anno. Ritardi sono stati denunciati anche nei compensi per il fermo biologico 2024 mentre è stata richiesta la liquidazione del fermo relativo al 2025. In quarto luogo c’è una serie di altri finanziamenti promessi, ma non concretizzati. “Se non ci facciamo sentire diamo la sensazione che anche se il gasolio è schizzato a 1,35 euro al litro noi si riesca a guadagnare lo stesso, anche se in realtà non è così”.