La sua voce era dolce, così come i suoi occhi, ma entrambi distinti e sicuri, tipici di chi sa cosa ha in testa e nel cuore. Quando rincontrai Cesare era seduto al tavolo della sua casa, che un tempo aveva ospitato uno dei ristoranti più singolari al mondo. Osservare sulle pareti i quadri da lui dipinti cercando di immaginare i momenti speciali che i fortunati clienti avevano avuto modo di vivere. Avevo avuto la fortuna di stare con Cesare e scambiare qualche parola come sono soliti fare gli amici: sin dal primo momento, guardandomi negli occhi, aveva cercato di capire se fossi una persona di cui potersi fidare. Quando lavoravo a Del Cambio, era venuto a provare la mia cucina, mosso dalla curiosità che anima lo spirito di noi cuochi. Avevo inoltre gioito quando, un giorno, al telefono si era congratulato per una mia intervista.
Cesare Giaccone era famoso, oltre che per la sua cucina, anche per il carattere spigoloso e poco incline ad accettare compromessi. Lo avevo seguito e “studiato” sin dai miei esordi e ricordo i racconti che si facevano di lui e delle sue ricette. Mi avevano colpito le sue “patate alla grappa”. Era un cuoco con uno stile proprio di folle purezza, propria delle persone sensibili e creative. Con discrezione si era ritirato dalla ristorazione lasciando il lavoro di una vita a disposizione di tutti: il capretto allo spiedo, le pesche e i funghi porcini, i suoi aceti aromatizzati rimarranno nella memoria.












