Emanava una dolcezza pensosa, probabilmente sin da giovane quando ai festosi cenacoli mondani preferiva il paziente lavoro in studio. E probabilmente esibiva sin da bambino quello sguardo saggio e contemplativo con cui indagava la sabbia dei litorali marchigiani e romagnoli che riempivano le sue estati. Raccontava che proprio lì, sulla battigia, fosse nata la sua arte, scaturita dagli ossi di seppia. Iniziò, sosteneva, un giorno a raccogliere quei resti, quei monoliti calcarei alieni e perfetti portati dal mare, e prese a intagliarli componendovi come sui dei fogli misteriosi alfabeti di segni. Era diventato medium che provava a decifrare il misterioso al di là della materia.

Di ossi di seppia restano colmi i cassetti dello studio in via Vigevano che lo scultore Arnaldo Pomodoro, morto ieri sera della vigilia dei 99 anni che avrebbe compiuto oggi, si era portato a Milano, amata città adottiva ormai da 70 anni e che a due passi da Navigli con lui profumava segretamente d’Adriatico.

Pomodoro era nato Morciano di Romagna ma si trasferì presto a Orciano di Pesaro, per poi essere mandato adolescente a Rimini per studiare. Qui diplomò geometra, per poi trascorrere di nuovo alcuni anni a Orciano dove la letteratura americana - Hemingway, Faulkner, Steinbeck, Fitzgerald - e due italiani grandi estimatori dell’America - Vittorini e Pavese - lo folgorarono. Si iscrisse a economia. Bologna e soprattutto, arruolato nel genio civile, partecipò alla Ricostruzione fino al ’57.