Le prime opere di Arnaldo Pomodoro furono altorilievi di segni simbolici che alludevano ad alfabeti di civiltà perdute o immaginarie. Ma dal 1963, quando realizzò Sfera n.1 — opera in bronzo di trecento chili esposta alle Biennali di San Paolo, Venezia e al Moma — questi segni si trasferirono sulle superfici di grandi globi tagliuzzati come cretti, che divennero la cifra stilistica della sua produzione in una lunga serie di varianti. Mentre i volti sezionati e scavati di Igor Mitoraj alludono alla drammaticità dell’esistenza e mentre le opere pubbliche di Carlo Ramous e Carlo Mo sono evocazione di specifici temi, le sfere, i cubi, i dischi, i cilindri, gli obelischi e le piramidi di Pomodoro, realizzati in bronzo, stagno, piombo o cemento dall’esterno levigato e con l’interno tagliuzzato e disordinato sono diventate una metafora plastica della conflittualità contemporanea.