È morto l’ultimo artista italiano di rilievo internazionale. È augurabile che tutti coloro che vogliono e vorranno parlare della scomparsa di Arnaldo Pomodoro, venuto a mancare due giorni fa nella sua città d’elezione, Milano, dopo esser nato 99 anni fa, nel 1926, in provincia di Rimini, sappiano posizionarlo all’altezza delle sfide che la sua arte ha generato, stabilmente, dalla seconda metà del Novecento ad oggi.
Se le sue sculture sono oggi collocate in alcuni luoghi-simbolo del pianeta, dal piazzale delle Nazioni Unite a New York al Palazzo Unesco a Parigi, dal Parco di Amaliehaven di Copenaghen al Cortile dei Musei Vaticani a Roma, è perché Arnaldo Pomodoro, insieme ad altri artisti, ha incarnato tutte le potenzialità (ma anche tutti i maledetti limiti) di un’arte che, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, ha spezzato definitivamente una lunghissima tradizione, che ha retto pressoché incontrastata dai Babilonesi fino al Novecento.
Un breve riepilogo della sua vita ci permetterà di riflettere meglio. Pomodoro inizia, da giovane, con l’oro, l’argento, i preziosi: impratichisce le mani sulle miniature, sugli splendori delle misure minime, come facevano secoli fa, nelle botteghe orafe, Cellini, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello. Pomodoro ne studia il colore, la lucentezza, la malleabilità, l’inalterabilità, la conducibilità elettrica, la fusibilità, la duttilità. Inizia con l’oro, ma poi non gli basta e lavora con tutto: il legno, il cemento, l’ottone, il piombo, lo stagno, il rame, lo zinco, il ferro, l’alluminio, e poi, ovviamente il bronzo, e le fibre di vetro. Nel 1956 la prima volta alla Biennale di Venezia, nel 1964 sempre in Biennale gli viene data una sala personale. L’anno dopo, la prima mostra americana. In quello stesso anno, il Moma di New York acquista una sua opera. È l’inizio della consacrazione.











