La Lombardia è la principale area italiana per presenza di data center e, finalmente, ha predisposto un (brutto) progetto di legge per regolarne la crescita, che si sta rivelando caotica e fortemente impattante, come già accaduto per i centri logistici sorti come funghi negli ultimi anni. Il testo approvato martedì in Regione presenta però ancora maglie troppo larghe e vincoli insufficienti per prevenire gli impatti ambientali. Norme di questo tipo dovrebbero essere nazionali, non regionali. La disciplina nazionale, approvata il 24 febbraio 2026, prevede infatti decreti attuativi entro sei mesi, ma rischia comunque di arrivare a valle di un fenomeno già esploso.
I data center sono veri e propri insediamenti produttivi e, per questo, è necessario che la Regione definisca procedure autorizzative rigorose, come l’Autorizzazione Integrata Ambientale, e individui precise priorità localizzative: utilizzo esclusivo di aree dismesse, contaminate, degradate o inutilizzate e, sul piano energetico, obbligo di impiego di energia rinnovabile prodotta direttamente dagli impianti stessi.
Queste strutture esercitano infatti un’enorme pressione sul territorio. Crescono le proteste delle popolazioni locali e di alcuni sindaci, preoccupati che l’espansione degli impianti che alimentano l’intelligenza artificiale comporti enormi consumi idrici ed energetici, aumenti delle bollette di luce, gas e acqua, nuove isole di calore urbano e ulteriore consumo di suolo.











