Imperfetti, soggettivi, umani. Quando si incontra il lavoro di Giorgia Lupi bisogna dimenticare tutte le parole che di solito associamo ai dati e sostituirle con quelle che la designer e artista italiana ha scritto nel suo manifesto. È proprio il Data Humanism Manifesto, stampato su un’intera parete, ad accogliere i visitatori alla sua prima mostra personale alle Gallerie d’Italia di Vicenza, curata dall’associazione Illustri per Intesa Sanpaolo, aperta fino al 2 agosto 2026. Nella prima sala già incontriamo “l’imperfezione” dei suoi appunti, centinaia di pagine scritte e disegnate a mano, i bozzetti delle opere riuscite accanto a quelli cancellati. Originaria di Finale Emilia, Lupi vive negli Stati Uniti da diversi anni e lì è diventata la designer dal tratto disegnato riconoscibile ovunque, premiata anche con il Compasso d’Oro. Dopo aver fondato lo studio Accurat, tra Milano e New York, è entrata in Pentagram, uno dei network di design più influenti al mondo, con cui nel 2020 ha ridisegnato i grafici sulla pandemia del governatore di New York Andrew Cuomo, criticati perché troppo “freddi”, provando a restituire empatia alle vittime. Tra i suoi progetti più noti c’è Dear Data, lo scambio di 104 cartoline disegnate a mano con Stefanie Posavec, un esperimento di osservazione quotidiana attraverso i dati, oggi diventato un libro e parte della collezione permanente del MoMA. In mostra c’è il suo lavoro sui sintomi del long Covid, registrati per 1374 giorni e trasformati in pennellate di colore su una tela, attraverso cui Lupi ha provato a comprendere la sua malattia. Più avanti, la dimensione personale si fa archivio, con le Moleskine rilegate a mano con i frammenti dei suoi ricordi (The Book of Life), mentre in Incroci le linee temporali di 99 persone si incontrano in un piano cartesiano dipinto a tutta parete, spostando lo sguardo dall’individuo alla collettività. Alla fine del percorso, una sala dedicata all'intelligenza artificiale invita il pubblico a lasciare un segno sul proprio rapporto con i dati. Abbiamo incontrato Giorgia Lupi prima dell’inaugurazione per farci raccontare cosa è cambiato nel mondo dei dati da quando, tredici anni fa, ha pubblicato il manifesto del Data Humanism. Cosa salva, oggi, di quelle parole? «Il manifesto è nato dall’esperienza accumulata lavorando con i dati dal 2009, sia per clienti sia attraverso progetti personali. Il lavoro con Stefanie Posavec per Dear Data in particolare, mi ha insegnato tantissimo su cosa vuol dire rendere i dati rappresentativi della realtà, ma anche sul fatto che i dati sono relazioni, possono connettere le persone. Con umiltà, penso che il manifesto non sia mai stato più valido di adesso. Oggi il principio che trovo più urgente è la soggettività del dato: con algoritmi sempre più potenti e con i modelli generativi, dobbiamo ricordarci che dietro ogni dataset c’è qualcuno che ha deciso cosa raccogliere, come e perché. I dati li abbiamo inventati noi esseri umani, perché avevamo bisogno di questo strumento. Oggi vediamo un grafico e pensiamo: questa è la realtà, è inconfutabile. Ma non è così, un grafico ha sempre un punto di vista». Lei vive negli Stati Uniti, dove una delle prime azioni di Donald Trump è stata cancellare dataset e censurare intere categorie di dati. L’insistenza sulla soggettività può essere una risposta? «Sì. Se una raccolta di dati ci serviva per dare forma e peso a un fenomeno, cancellarla significa che le persone smettono di pensarci, smettono di percepire il problema. Lavorare sulla soggettività vuol dire riconoscere che i dati non sono neutri e quindi che eliminarli è una scelta politica precisa». Nei suoi progetti personali ha lavorato molto sul dato come strumento di conoscenza di sé. Può avere una valenza politica? «Credo di sì. Se non cambiamo noi stessi per primi, la società non si cambia. Avere più consapevolezza di come interagiamo con noi stessi e con il mondo può creare relazioni più solide. Il progetto sul long covid ne è un esempio: dopo averlo pubblicato sul New York Times mi hanno scritto migliaia di persone con malattie croniche. Finalmente avevano qualcosa da mostrare ai medici e ai familiari per spiegare com'è vivere con una malattia invisibile. Le parole spesso non bastano, mentre i dati, visualizzati, possono rendere visibile quello che è difficile descrivere». Nell’anno di Dear Data con Stefanie Posavec aveste esplorato le vostre vite attraverso i dati. Come l’ha cambiata osservarsi attraverso la lente dei numeri? «Di tutte le cose che abbiamo osservato, presto ancora molta attenzione alle “lamentele”: è uno di quei temi che, se non ci pensi, non ti rendi conto di quante volte protesti per qualcosa che va storto, anche minima. Ora quando sono con qualcuno che si lamenta molto mi rendo conto di come quell’energia negativa influenzi le persone che ti stanno intorno. Poi c'è stata la settimana in cui osservavamo i suoni: dovendo sintonizzarti su tutto quello che ti circonda, cambia il modo in cui stai nello spazio urbano. Ancora adesso, ogni tanto, mi tolgo le cuffie e cerco di distinguere i suoni intorno a me». E per la mostra, come avete costruito il percorso? «Il curatore Francesco Poroli aveva già una visione chiara quando mi ha contattata: diverse stanze, ciascuna con un'intenzione. Insieme abbiamo trovato il modo di far dialogare i pezzi. Quello che apprezzo è la varietà, tra oggetti fisici, riproduzioni, disegni originali e, soprattutto la scelta di cominciare non dalle opere finite ma dagli schizzi. Ha scannerizzato tre scatole di disegni dallo studio, io stessa non sapevo bene cosa ci fosse dentro. Ha selezionato lui ma è stato bello scoprirli insieme e spero che la mostra inviti alla scoperta, alla lentezza».