Un grande laboratorio sulle specie, che coinvolge 50 designer, architetti e artisti per progettare il futuro, non più a scala umana ma per tutti i sistemi viventi, con cui coabitiamo e da cui dipendiamo – piante, polipi, alghe, fiumi. Fine del paradigma antropocentrico, comincia l’era dell’interconnessione. Design collaborativo. Dopo il less is more, arriva il more than human. «Ridurre le emissioni, lo spreco, il riscaldamento globale, queste formule non bastano più, bisogna lavorare su narrazioni alternative per il pianeta, ci vuole una rivoluzione copernicana che non consideri più l’uomo al centro. Siamo profondamente interconnessi ai sistemi naturali ma non progettiamo per loro», spiega Justin McGuirk, direttore del Future Observatory e co-curatore con Rebecca Lewin della mostra More than Human al Design Museum di Londra, dall’11 luglio al 6 ottobre. Certo, niente di nuovo se guardiamo, per esempio, al lavoro degli antropologi, ma forse inedito per il design mettere al centro un pensiero finora laterale, non tanto per fornire soluzioni pratiche, ma per suggerire una posizione critica. Ecco perché sono stati invitati 50 autori di tre discipline diverse, con lavori nuovi o commissionati ad hoc, ad esplorare le necessità degli ambienti viventi e delle specie che li abitano.