Mi trasformo, quindi sono. La parafrasi del famoso detto di Cartesio si addice all’artista Agnes Questionmark. In senso letterale e metaforico.

I mostri di Agnes si muovono tra fantascienza e mitologia; le sue performance immergono apparati di tecnologia medica in una dimensione che oscilla tra il pop e l’horror. I monitor che osservano, le costrizioni che imprigionano, gli strumenti che vivisezionano, analizzano le sue creature al silicone – esposte dalla Biennale di Venezia a quella di Gwangiu, in Corea del Sud - rimandano alla sorveglianza ossessiva di un mondo futuro, forse già presente - almeno in molte aree del globo - in cui i mostri siamo noi di fronte all’occhio freddo di una telecamera senza stupore, esaminati da una sequenza di numeri priva di sussulti che studia i nostri ritmi biologici, la nostra attività cerebrale, i nostri sogni dispersi.

“Il senso di controllo estremo che lo spettatore può avvertire nelle mie installazioni è molto personale, viene dal controllo continuo che opero sul mio corpo, come accade a ogni persona transgender”, spiega l’artista. Agnes, all’anagrafe Gianlorenzo Chiaraluce, è una delle più note artiste italiane transgender della scena internazionale. Nata a Roma, a Trastevere, è cresciuta tra la città e il mare dell’isola di Ponza. Molte delle sue creature ibride vengono dalla fascinazione infantile per l’universo acquatico, quando stava per ore appoggiata alla prua della barca del padre e indovinava il mondo che abita sotto la superficie scorrere sotto il suo sguardo.