Nel 2022, l’artista svedese Steph Maj Swanson stava sperimentando una particolare tecnica di prompting (i comandi che diamo ai sistemi di intelligenza artificiale) che consiste nel chiedere alla macchina di non mostrare qualche elemento o di generare il contrario di esso. Dopo qualche passaggio, nelle sue immagini iniziò a comparire una figura di donna disturbante, da film dell’orrore.
Per quanto Swanson cercasse di allontanare la macchina da quella inquietante figura, per esempio mescolando la sua immagine con altre o generandone di nuove, il volto di Loab (com’è poi stata ribattezzata) continuava a riemergere, accompagnato quasi sempre da altri elementi macabri e deformi. “Era come se il suo volto, una volta evocato, si portasse dietro un’intera estetica dell’orrore, come se fosse agganciato a una regione oscura del modello (d’intelligenza artificiale, ndr). Naturalmente, non si tratta di un risultato previsto e programmato, ma di un’emergenza statistica non intenzionale, scoperta grazie a un uso eretico e caotico delle tecniche di prompting”, scrive Valentina Tanni, docente di Storia dell’arte e tra i massimi esperti italiani di cultura digitale, in Antimacchine.
Proprio gli usi “eretici e caotici”, ma anche artistici e ribelli, delle tecnologie sono al centro del saggio appena uscito per Einaudi e nel quale Tanni ripercorre i modi in cui – ormai da decenni – artisti, hacker, attivisti e anche gli utenti comuni cercando di riappropriarsi della tecnologia, smontandone gli usi previsti e sperimentando metodi sovversivi. L’obiettivo è “rompere la macchina” (o meglio: individuare e fare emergere utilizzi e risultati non previsti) e ritrovare uno spazio in cui poter liberamente usare la tecnologia, invece che essere usati da essa.






