RicordoPetrini ha trasformato l’eredità politica del Sessantotto in un progetto comunitario che ha valorizzato le Langhe, passando da povertà a prosperità attraverso Slow Food e iniziative culturali.di Paolo Bricco25 maggio 2026Adesso che la cassa da morto è chiusa, possiamo tornare a parlare di “Carlin” Petrini da vivo. Sono due le cose per cui Petrini ha lasciato un segno che resterà.La prima è l’approdo sano e poetico – non nichilista e carrieristico – del fuoco politico e civile della sinistra generata dal Sessantotto e dal Settantasette.Una delle – umane, troppo umane – forme di tristezza maggiori invalse in Italia è stato assistere alla trasformazione di chi frequentava i giornali e le assemblee di sinistra, partecipava ai cortei di sinistra e diceva (e pensava) cose di sinistra in brillanti (e vagamente cialtroneschi) funzionari molto ben pagati e sempre riveriti del potere mediatico, finanziario, politico, industriale.Carlin Petrini ha fatto, appunto, una cosa diversa. Ha trasformato quella energia personale in una, prima piccola e poi sempre più grande, energia comunitaria. Ha preso quel desiderio di ballare e di criticare, di partecipare e di pensare cose differenti e lo ha applicato, con metodo politico e pazienza contadina, a un mondo che era stato tagliato fuori dalla storia, che poco c’entrava con le fabbriche, che nessuno nei salotti sapeva esistesse, che tutti ignoravano nelle case editrici borghesemente titolate a spiegarci il mondo: le Langhe.Le Langhe sono state fra le parti d’Italia più povere. L’inizio della Malora di Beppe Fenoglio, caro Carlin, è di morte e di povertà; “Pioveva su tutte le Langhe, lassù a San Benedetto mio padre si pigliava la sua prima acqua sottoterra. Era mancato nella notte di giovedì l’altro e lo seppellimmo domenica, tra le due messe. Fortuna che il mio padrone m’aveva anticipato tre marenghi, altrimenti in tutta la casa nostra non c’era di che pagare i preti e la cassa e il pranzo ai parenti. La pietra gliel’avremmo messa più avanti, quando avessimo potuto tirare un po’ su la testa”.La seconda cosa che ha fatto Carlin Petrini è stata, appunto, di partecipare alla trasmutazione delle Langhe da luogo povero e triste in luogo ricco e – come possono essere le caduche vicende umane – felice.Le Langhe sono state fatte da un pugno di persone. Dalla confraternita del Nebbiolo, che ha reso il barolo e il barbaresco un fenomeno internazionale: Mascarello, Rinaldi, Conterno, Cappellano, Gaja. Da vignaioli con una attitudine commerciale inesauribile: Ceretto e di nuovo Gaja. Dal Signor Michele, della Ferrero di Alba. E da Carlin Petrini. Il quale, per citare i tre marenghi di Fenoglio, ha scelto di non vendersi per quattro soldi, ma che invece ha, con amore e dedizione, capito quanto fosse poetico, buono e fonte di lavoro e di guadagno quello che, dalle sue colline e dalle sue stalle, dalla sua prima pianura e dalle sue cucine, si originava da secoli, nella povertà, sulla sua terra.Questa seconda cosa fatta da Carlin Petrini – l’invenzione insieme ad altri delle Langhe – ha avuto un doppio effetto, in appunto perfetta chiusura del cerchio.Il primo effetto è la partecipazione a un progetto di rapido passaggio di una terra dall’anonimato alla celebrità e dalla povertà alla prosperità.Il secondo è l’approdo di quella energia del Sessantotto e del Settantasette italiano a una situazione dignitosa e non ambigua, costruttiva e non lucrativa, chiara e non torbida, non egoistica ma per tanti, se non per tutti.In fondo, l’iniziativa Slow Food contiene l’eresia comunitaria e individualistica che, da esperienze estreme di cristianesimo medievale, è approdata in forma cristallina al personalismo cristiano di Maritain e Mounier e in forma, insieme pacifica e violenta, al terzomondismo, con il mito trasfigurato in iconoclastia di Che Guevara e nella mitezza durissima di Monsignor Hélder Pessoa Câmara.Ma non divaghiamo. Carlin Petrini, solido e concreto, non avrebbe apprezzato. La sua capacità è stata di partire dagli agnolotti ripieni soltanto di verdura – tipici di quando si era così poveri da non potersi nemmeno permettere il ripieno di carne – per costruire una piccola idea di mondo diverso – critico verso le multinazionali, si sarebbe detto una volta con linguaggio oggi stantio – e in naturale connessione con migliaia di altre comunità sparse nel mondo.Dal Sud America all’Africa. Con la pazienza contadina di chi organizza e coordina, sbaglia e fa arrabbiare gli amici, ha il gusto della provocazione e il bisogno psicologico e politico di avere qualcuno con cui litigare e da cui sentirsi distante, lavora e cerca strade nuove: Slow Food, Terra Madre e l’università di Pollenzo, un unicum a cui nemmeno i francesi avevano mai pensato prima.È andata così, Carlin. Uno scrittore politico, comunitario e di respiro internazionale come Pier Vittorio Tondelli ha scritto nel suo libro disperato come la vita e come la morte “Altri Libertini”: “Nella mia terra, solo ciò che sono mi aiuterà a vivere”.In fondo, adesso che non ci sei più, possiamo dirlo: “Nella nostra terra, solo ciò che siamo ci aiuterà a vivere”.NewsletterNotizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.Iscriviti