di Aldo Grasso
Il ricordo dell'uomo che «ha restituito orgoglio e dignità a un territorio, le Langhe, che rischiava di perdere la propria anima»
Carlo Petrini è morto nella notte fra giovedì 21 e venerdì 22 maggio 2026. Aveva 76 anni
L’antropologo Marino Niola, nei suoi Miti d’oggi (2012), ha inserito Slow Food accanto a simboli della contemporaneità come l’iPad o Facebook. Ne scriveva come di un’avanguardia capace di intercettare domande lasciate senza risposta dalla politica tradizionale: il tempo libero, la qualità della vita, lo sviluppo sostenibile. Niola parlava di un successo globale capace di superare il «localismo elitario degli inizi». Eppure, per me che ho le Langhe nel sangue, quel localismo elitario è difficile da intravedere. Per me Carlo Petrini non è mai stato un freddo caso di studio editoriale. È sempre stato, semplicemente, Carlin: un amico, un sognatore, un formidabile organizzatore.
Sono nato nella Langa più povera. Quella terra da cui un tempo bisognava scappar via verso il mare della Liguria o restare a offrire forza lavoro alla Fiat, all’Acna di Cengio o, per i più fortunati, alla Ferrero di Alba. Sulle nostre strade provinciali si ergeva spesso il cartello «zona depressa», che indicava uno stato d’animo prima ancora che una condizione economica. Le Langhe erano sull’orlo dell’estinzione culturale, terreno di conquista per capannoni e villette a schiera.Poi, nella primavera del 1986, arrivò la tragedia dell'alcol metilico: lo scandalo del vino al metanolo partito da Narzole, che lasciò dietro di sé una scia di morti e un’enologia in ginocchio. Fu in quel momento di massimo buio che scattò qualcosa. Sotto la spinta di Carlin, un gruppo di giovani produttori prese coscienza di sé. Per uscire dal tunnel bisognava rovesciare il paradigma: non più la quantità a basso costo, ma l’eccellenza, il legame indissolubile tra prodotto, paesaggio e cultura. Grazie a Carlin e alla nascita di Slow Food, la parola qualità si trasformò da concetto astratto in una vera e propria vocazione di riscatto.Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Ottanta, per reazione all’apertura di un fast food a Piazza di Spagna a Roma. Il gruppo originario dell’Arcigola si riuniva in un'osteria che esiste ancora, l’Unione di Treiso. Tra un piatto di tajarin e un bicchiere di buon Barolo, nacque l’intuizione. Il 3 novembre 1987, sulle pagine del Gambero Rosso (allora inserto del Manifesto), comparve il Manifesto di Slow Food, firmato da intellettuali e amici come Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Dario Fo, Francesco Guccini e Folco Portinari, che ne scrisse materialmente l’appello.«Contro coloro che confondono l’efficienza con la frenesia, proponiamo il vaccino di un’adeguata porzione di piaceri sensuali assicurati da praticarsi in lento e prolungato godimento... Lo slow-food è allegria, il fast-food è isteria».Il grande merito storico di Carlin è stato esattamente questo: ha trascinato il dibattito sulla gastronomia fuori dai salotti borghesi e dai circoli di gourmet snob, per portarlo dentro il cuore vivo delle tradizioni popolari. Ha compreso che, per non farci mangiare dal cibo, dovevamo riscoprire una salda vena umanistica, rifiutando di ridurre il nutrimento a una semplice commodity soggetta alle speculazioni del libero mercato.I detrattori lo hanno spesso accusato di essere il profeta di un «sapere nostalgico», un millenarista alla ricerca di un mondo contadino ancestrale ormai perduto. Ma la verità è che non ho mai conosciuto un sognatore così radicalmente concreto, con i piedi così piantati nella terra.La sua risposta alla critica della nostalgia sta nei fatti: i più di mille Presìdi salvati dall'estinzione; i 10.000 orti avviati in Africa, i prodotti sottratti all’oblio grazie all’Arca del Gusto; la nascita dell'Università di Pollenzo, il luogo in cui il "sogno" di Carlin si è fatto istituzione, trasformando la gastronomia da materia da salotto o da manuale di cucina in una disciplina accademica complessa e transdisciplinare. Nello studio del cibo non può esserci separazione tra la scienza (la chimica degli alimenti, l'agronomia) e la cultura (la storia delle tradizioni, l'antropologia, l'estetica).Con l’ideazione di Terra Madre, Carlin ha dato vita a un nuovo umanesimo, riunendo a Torino comunità del cibo da ogni angolo del pianeta: contadini, pastori, pescatori, uniti in una rete globale. Ha predetto che proprio i contadini, abituati da secoli a lavorare grazie al sole e alla fotosintesi, saranno i protagonisti della terza rivoluzione industriale, quella dell'energia pulita e della biodiversità. Una visione potente, apprezzata pubblicamente persino da Papa Francesco. Ogni grande progetto ha un fondo estremo, quasi violento, d’utopia, ma non c’è utopia più dolce di quella che affonda le sue radici nella «terra madre» per costruire una rete globale di nuovi gastronomi che stabilisca una alleanza tra le diverse comunità di cibo.I media internazionali lo hanno considerato una sorta un guru, la rivista Time lo ha inserito tra i suoi "Eroi Europei" e persino gli ipotetici marziani, guardando la nostra tv gastronomica, troverebbero in lui l'unico baluardo di buon senso agroalimentare.Per me, però, Carlin resta l'amico di sempre. L'uomo che ha restituito orgoglio e dignità a un territorio, le Langhe, che rischiava di perdere la propria anima.











