L’ostetrica che fece nascere Carlo Petrini si chiamava Gola: un piccolo segno del destino, quasi una premonizione piemontese, ironica e contadina insieme. Perché in effetti tutta la sua vita sarebbe ruotata attorno al gusto, al cibo, al piacere della tavola, ma sempre intesi come qualcosa di infinitamente più profondo della semplice gastronomia.
“Il compito esistenziale più alto – sosteneva – è ritrovare connessioni: tra uomo e natura, tra memoria e futuro, tra ciò che prendiamo dalla terra e ciò che siamo capaci di restituirle”. Era questa la vera architettura morale del suo pensiero. Un pensiero che non parlava soltanto di agricoltura o cucina, ma di redenzione della Terra attraverso la responsabilità individuale e collettiva.
Amava citare un proverbio contadino coreano: “L’armonia della vita si ha quando si pratica la semina”. E spiegava che nel raccolto dei frutti bisognerebbe sempre ricordarsi di dividerli in tre parti: uno per sé, uno da condividere con gli altri, il terzo da restituire alla terra. In quella immagine semplice c’era tutto Petrini: la critica a un mondo fondato sull’accumulo, l’idea che la generosità sia una forma di intelligenza, la convinzione che trattenere tutto per sé produca soltanto una falsa ricchezza. “Non condividere rende poveri”, ripeteva spesso, con quella sua capacità di trasformare la sapienza contadina in pensiero universale.










