Con la scomparsa di Carlo Petrini, se ne va molto più di un gastronomo. «Chi semina utopia, raccoglie realtà» amava dire il giornalista, sociologo, scrittore e visionario venuto a mancare all’età di 76 anni nella sua residenza di Bra, in provincia di Cuneo. Con le sue idee e il suo instancabile attivismo, il fondatore di Slow Food ha rivoluzionato il rapporto con il cibo, trasformando un gesto quotidiano, come quella di fare la spesa, in una scelta culturale, politica e persino affettiva. Il suo impegno per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile lascia oggi una grande eredità: il diritto a un cibo «buono, pulito e giusto».
La sua lezione più grande con Slow Food
Il messaggio che Carlo Petrini lascia oggi è racchiuso in tre parole diventate manifesto: buono, pulito e giusto. Buono perché mangiare non significa solo nutrirsi. Pulito perché mangiare significa anche rispettare l’ambiente e la biodiversità. Giusto perché dietro ogni prodotto ci sono persone, lavoro, territori e cultura. Con Slow Food, Petrini ha riportato al centro il valore della biodiversità, delle tradizioni locali e del lavoro artigianale legato alla terra. Ha insegnato che scegliere un pomodoro, un pane o un formaggio non è mai un gesto neutro, che la stagionalità conta e che le tradizioni custodiscono identità preziose. E che il vero lusso contemporaneo è, forse, tornare a mangiare lentamente, con consapevolezza e gratitudine. «Se la “Fast Life”, in nome della produttività, ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente e il paesaggio — recita il manifesto del 1986 — lo “Slow Food” è oggi la risposta d’avanguardia».










