di Angela Frenda

Negli ultimi tempi aveva lasciato la scena pubblica alle nuove generazioni di Slow food

Carlo Petrini è morto nella notte fra giovedì 21 e venerdì 22 maggio 2026. Aveva 76 anni«Sediamoci a tavola». La regola, per Carlo Petrini, era questa. E lo aveva fatto anche con chi scrive, una delle prime volte che ci eravamo incontrati a Pollenzo, la sua creatura visionaria e illuminata: un’università dedicata alle Scienze gastronomiche che ancora oggi tutto il mondo ci invidia e che era la cosa di cui lui, presidente, andava più orgoglioso: «L’abbiamo ristrutturata senza soldi. Nessuno ci credeva. E invece... Sono venuti a studiarci da Harvard». Era a tavola dunque, per il fondatore del movimento mondiale di Slow food, che ci si guardava negli occhi e si ragionava sul futuro.

Ieri sera però il suo futuro si è fermato e Carlin, come lo chiamavano gli amici usando quel soprannome che era appartenuto al nonno, si è spento nella sua amatissima casa di Bra, in provincia di Cuneo.Aveva 76 anni.

Un visionario spinto sempre da un profondo amore per il bene comune. Ma anche un rivoluzionario, anticonformista e coraggioso, che ben prima che fosse di moda, aveva capito quanto il cibo fosse un atto politico. Per dare un senso e un valore a parole come biodiversità, natura, conoscenza, tradizioni. Ma era forse la parola giustizia quella che gli stava più a cuore: il giusto prezzo del cibo per lui rappresentava una battaglia fondamentale che si portava dietro il rispetto del produttore e del consumatore. E che poco aveva a che fare con le spietate regole di un mercato globalizzato che lui, con la creazione del movimento Terra Madre, aveva tenacemente contrastato. Prendendo sempre tutto sul personale.E pensare che i suoi lo volevano operaio. E infatti, invece delle scuole medie gli avevano fatto fare l’avviamento professionale per poi iscriverlo all’Istituto tecnico per periti meccanici. «Ma non era la mia strada — ha detto in un’intervista ad Elvira Serra, sul Corriere , pochi mesi fa —.Eccellevo nelle materie umanistiche ma ero un disastro in quelle tecniche».Per fortuna testardo lo era sempre stato. E infatti si iscrisse poi a Sociologia a Trento, mentre nel frattempo aiutava il papà in officina per mantenersi agli studi. Ma lasciò a quattro esami dalla fine per aprire uno spaccio alimentare a Bra e da lì farsi guidare dalla passione viscerale per il cibo. Buono, pulito e giusto. Uno slogan che coniò nel 2005, che fece il giro del mondo e che ancora oggi è quanto mai attuale.«Chi semina utopia raccoglie realtà», amava dire Petrini. Ed era anche un modo per sintetizzare la sua vita, convinto che sogni e visioni, quando sono belli e giusti, possano sempre essere realizzabili. E lui sì che sapeva sognare. Lo aveva fatto ad esempio quel 26 luglio del 1986 quando fondò Arcigola che in seguito nel 1989, a Parigi, diventò Slow Food, con un Manifesto firmato da oltre venti delegazioni di tutto il mondo dove si poneva l’associazione come antidoto alla follia universale della fast life.Petrini adorava discutere, fino a tarda sera, magari davanti a un buon calice di rosso. Perché c’era sempre qualcosa che lo faceva indignare.O commuovere. Come davanti al piccolo produttore di formaggio di capra che gli raccontava il suo lavoro.Negli ultimi tempi aveva lasciato la scena pubblica alle nuove generazioni di Slow food, ma rimaneva comunque a vegliare su tutti. Progettando sempre. Non si fermava mai, Carlin Petrini. Mai. E se gli si chiedeva come sarebbe stato Slow food senza di lui sfoderava il suo sorriso un po’ guascone e rispondeva: «Ho lavorato bene. Ce la faranno».