È morto ieri sera nella sua casa di Bra, nel Cuneese, Carlo “Carlin” Petrini, 76 anni. Lo ha reso noto Slow Food, il movimento da lui fondato nel 1986 per promuovere il diritto al piacere e a un cibo buono, pulito e giusto per tutte e tutti. Riproponiamo una delle sue ultime interviste al Sole 24 Ore«La mia esperienza è politica. Tutto quello che ho costruito, da Slow Food al Salone del Gusto, da Terra Madre all’università di Scienze gastronomiche di Pollenzo, ha in fondo una cifra politica. Ho sempre avuto passione civile. Quando io e i miei amici abbiamo iniziato negli anni Settanta, in molti ci guardavano con sospetto. Eravamo considerati comunisti. Eravamo comunisti. Qui nelle Langhe parlavamo con i contadini e gli artigiani, gli allevatori e i proprietari di vigne e frutteti. Avessimo parlato la lingua degli operai delle fabbriche di Torino e di Milano, di Casale Monferrato e di Sesto San Giovanni, nessuno ci avrebbe capito. Costruendo quel linguaggio originale, abbiamo composto un pezzo alla volta una nuova idea della nostra comunità. Una idea delle comunità fatta di prossimità fra le persone e di sovvertimento delle gerarchie classiche a favore della cultura materiale del vino e del mangiare, che è diventata valida prima qui nelle Langhe, poi in altre parti d’Italia, quindi in altre parti del mondo».Carlo Petrini, detto “Carlin”, è all’ombra degli alberi del castello di Verduno, a pochi chilometri dalla sua Bra, dove è nato, e da Pollenzo, dove ha la sede l’università che ha fondato: «Da ragazzo, là in fondo sotto quei pini e quei tigli, ascoltavo e parlavo con Nuto Revelli, che trascorreva qui il mese di luglio in vacanza, e gli amici che venivano a trovarlo: il magistrato Alessandro Galante Garrone, lo scrittore Primo Levi, il filosofo Norberto Bobbio, il vignaiolo Bartolo Mascarello». Nel castello di Verduno, di proprietà dei Savoia, aveva abitato due secoli fa il generale Paolo Francesco Staglieno, il militare appassionato di enologia incaricato da re Carlo Alberto di trasformare il nebbiolo, sull’esempio francese, in un vino da invecchiamento. Giovan Battista Burlotto, commendatore liberale, lo acquistò dai Savoia nel 1909. Le eredi di Burlotto sono gentili, attente, riservate. Lisetta e Gabriella preparano la tavola all’aperto, sotto un lauro ceraso. Liliana è in cucina. Scherza Gabriella, con l’ironia di chi arriva da un mondo a lungo durissimo che duro è ancora, nonostante la morbidezza dell’agio, dei successi internazionali dei grandi vini rossi e della crescita della componente femminile fra le giovani generazioni: «Nel 1973 diventai la prima sommelier donna italiana. Sul diploma scrissero: al Signor Gabriella Burlotto».La sala da pranzo è questo giardino che dà sulle colline dolci delle Langhe, verso sud ovest. Settembre è il più mite dei mesi. La temperatura è fresca, il vento sottile e rigenerante. Carlo Petrini - classe 1949, figlio di Giuseppe (di professione elettrauto, studi di quinta elementare) e di Maria (diploma alle magistrali, direttrice dell’asilo nido di Bra) - ha frequentato l’istituto tecnico di Fossano: «All’esame di maturità arrivai con tutti otto e nove nelle materie umanistiche, ma con tre insufficienze in tecnologia, disegno industriale e meccanica. Il presidente della commissione alla fine mi disse “Petrini, noi la promuoviamo, ma lei ci prometta che non farà mai il perito meccanico”».Gabriella Burlotto ci porta una bottiglia di Verduno, che nasce dal vitigno Pelaverga Piccolo, un rosso rubino brillante con una nota di pepe, una piccola operazione di filologia enologica, la doc ottenuta nel 1995, una trentina di ettari, undici produttori e 230mila bottiglie all’anno. In tavola arriva pane con acciughe e burro. Quindi, della carne cruda di Verduno semplicemente strepitosa. «Questo castello è un mio luogo dell’anima. Ho fatto qui ogni cosa importante, nello scandire della mia vita e delle mie attività», dice Petrini. Nel brodo primigenio della fine degli anni Sessanta, si iscrive a sociologia all’università di Trento ma senza finirla, «anche perché allora sembrava che bisognasse fare fare fare, e che lo studio formale potesse abdicare all’esperienza del mondo».