Ai parametri per dichiarare la vittoria contro la Repubblica islamica dell’Iran è rimasta una sola unità di misura: l’uranio. La guerra iniziata il 28 febbraio dagli americani con il sostegno degli israeliani aveva tre obiettivi che coincidevano con tre eliminazioni: eliminazione dei programmi nucleare e missilistico e del sistema delle alleanze di Teheran con i gruppi finanziati per destabilizzare il medio oriente. Delle tre, soltanto una è veramente rimasta sul tavolo dei negoziati ed è il minimo di cui il presidente americano Donald Trump può accontentarsi per concludere un accordo con gli iraniani. Riguarda proprio la consegna delle scorte di uranio arricchito oltre il 60 per cento, circa quattrocentoquaranta chili, che il regime di Teheran dovrebbe cedere affinché la guerra possa essere dichiarata conclusa. Per ora è un piano, una meta da raggiungere nei sessanta giorni di cessate il fuoco che il presidente americano ha annunciato sabato e che dovrebbero incominciare dopo che le parti avranno raggiunto un memorandum d’intesa, una cornice che per il momento rimane vuota e che andrà riempita con i dettagli di un accordo serio. Trump ha detto di non avere fretta, “il tempo è dalla nostra parte”, ha scritto sul suo social Truth, promettendo: “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace finché non si raggiungerà un accordo, certificato e firmato. Entrambe le parti devono prendersi il loro tempo e farlo bene. La nostra relazione con l’Iran sta diventando molto più professionale e produttiva”. Il messaggio di Trump non è di giubilo, non è minaccioso. E’ temporeggiatore, pacato e leggero in modo insolito: gli iraniani “devono tuttavia comprendere che non possono sviluppare o procurarsi un’Arma Nucleare o una Bomba”. Si sta preparando l’atmosfera per festeggiare il memorandum d’intesa, che potrebbe prendere il nome di “Dichiarazione di Islamabad”, ma la parte difficile rimane ancora tutta sul tavolo, non c’è un accordo, nessun dettaglio è stato chiarito e agli iraniani resta un’arma che non è in produzione, come il programma nucleare, ma che hanno già in mano, usano e potranno usare in futuro a piacimento: lo Stretto di Hormuz. Il memorandum prevede che la navigazione verrà riaperta temporaneamente senza pedaggio e il regime sta vendendo la riapertura di Hormuz come una concessione, non si tratta di una vittoria americana, o di un obiettivo raggiunto tramite pressione. Il giornalista israeliano Amit Segal, considerato sufficientemente vicino al governo di Benjamin Netanyahu da avere fonti importanti, nei mesi precedenti aveva sempre raccontato il completo coordinamento fra il premier israeliano e il presidente americano. Ieri, per la prima volta, ha messo alla sua newsletter un titolo amaro: “L’arte del cattivo accordo”. Il coordinamento non manca, Trump ha chiamato Netanyahu, si è coordinato anche con i paesi del Golfo. Rimane però la percezione che la Casa Bianca stia giocando al ribasso rispetto alle premesse della guerra e nessuno in medio oriente può in questo momento invertire la tendenza. Israele rimane scettico rispetto all’accordo che gli americani hanno in mente, tanto che il primo ministro, ieri, ha continuato a mandare messaggi, tra foto, fotomontaggi e dichiarazioni, per sottolineare quanto sia irrinunciabile la questione nucleare. Trump dice di pensarla allo stesso modo, cerca il tempo per negoziare e assicura agli israeliani la soluzione anche della questione libanese, dove il confronto definitivo contro Hezbollah è visto come inevitabile. Il capo della Casa Bianca ha promesso che ci saranno nuove adesioni future agli Accordi di Abramo “e chi lo sa, forse anche la Repubblica islamica dell’Iran vorrà unirsi”. Israele lo sa già, con il regime di Teheran non possono esserci compromessi. Il timore che unisce Gerusalemme e le capitali del Golfo è di scivolare in una nuova epoca di “pace calda”.
Per Trump c’è solo una via d’uscita: l’uranio
Si prepara l’intesa per poter poi negoziare un accordo con l’Iran. La soglia dell’accettabilità















