Quando gli Stati Uniti e Israele hanno aggredito l’Iran lo scorso 28 febbraio, Washington e Teheran erano nel mezzo di colloqui sul programma nucleare di quest’ultimo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è deciso per l’attacco dopo aver ritenuto insufficiente la proposta fatta dagli iraniani di diluire circa 440 kg di uranio arricchito al 60% – un livello per cui non esiste un’applicazione civile e molto vicino al 90% necessario per una testata nucleare – e impegnarsi a non accumulare uranio arricchito in futuro in cambio di un allentamento sanzionatorio.

Complice l’apparente incapacità dei suoi negoziatori, il genero Jared Kushner e il suo sodale in affari Steve Witkoff, di comprendere la portata tecnica della proposta iraniana, Trump si è fatto convincere dal premier israeliano Benjamin Netanyahu a scegliere la via delle armi. Dopotutto la Repubblica islamica sembrava mortalmente indebolita dalla devastante campagna israeliana contro il suo alleato Hezbollah in Libano, i pesanti bombardamenti israelo-americani di giugno 2025 e il collasso della sua residua legittimità interna dopo la carneficina di migliaia di protestanti a gennaio di quest’anno.

Poco più di cento giorni dopo, 38 dei quali di combattimenti ad alta intensità, il presidente americano celebra uno scheletrico memorandum d’intesa in cui incassa, per il momento, meno di quanto avrebbe potuto prima della guerra. Se le indiscrezioni di stampa sono attendibili, l’Iran potrà beneficiare fin da subito di un temporaneo allentamento sanzionatorio e dello sblocco di miliardi di dollari in titoli congelati all’estero in cambio di un impegno a diluire i 440 kg di uranio arricchito al 60% in futuro. L’Iran otterrebbe anche la revoca del blocco navale Usa come contropartita della riapertura dello Stretto di Hormuz, dove però prima della guerra il traffico – incluso un quinto del greggio e del gas naturale liquefatto commerciato a livello mondiale – scorreva indisturbato.