Il rientro a casa degli attivisti della Global Sumud Flotilla ha popolato le piattaforme social e i lanci di agenzie di abbracci all’aeroporto e dei primi racconti delle violenze subite. Prima sulla nave-prigione in cui Israele dalle 9 di lunedì ha ammassato in condizioni estreme oltre 430 persone, e poi a terra, al porto di Ashdod e nel carcere di Ketziot.
Le immagini rese pubbliche dal ministro israeliano per la sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir finiscono quasi in secondo piano di fronte alle parole rilasciate a caldo: pestaggi, ossa rotte, molestie sessuali, pistole alla testa e coltelli puntati, uso di cani e taser, pochissima acqua e mani e piedi legati, all’interno – come ha detto Dario Salvetti del collettivo di fabbrica della ex Gkn – «di un sistema ben oliato, organizzato, fatto con il consenso di migliaia di persone».
IL TEAM LEGALE della Sumud Italia si sta già muovendo: da oggi inizierà a raccogliere le testimonianze delle vittime per poi presentare, ci spiega l’avvocata Tatiana Montella, «una querela integrativa con i vari reati che riteniamo siano stati commessi». Confluirà nell’esposto presentato dopo il primo abbordaggio israeliano del 29 aprile e proseguito con la detenzione di Saif Abukeshek e Thiago Àvila che viaggiavano su una nave battente bandiera italiana.












