Sott’acqua ci sono tre parole chiave: adrenalina, preparazione e consapevolezza. “Devi prevedere che ogni immersione potrebbe essere l’ultima”. I fatti risalenti al 14 maggio sono ben noti a molti. Cinque italiani – Monica Montefalcone, Giorgia Sommacal, Muriel Oddenino, Gianluca Benedetti e Federico Gualtieri – sono morti alle Maldive nel corso di un’immersione subacquea per esplorare un gruppo di grotte intorno ai 50 metri di profondità. Forse in pochi, però, conoscono nel dettaglio la disciplina del diving. “Un’attrezzatura adeguata e un addestramento rigoroso riducono drasticamente i pericoli, ma non li annullano: il rischio zero non esiste”. Possiamo dunque etichettarla come sport estremo? “No, ma ha i suoi rischi. È considerata una disciplina, non uno sport. Se la fai nel modo corretto, con le giuste precauzioni, con la giusta mentalità, hai lo stesso livello di rischio di chi fa il ciclista in strada. Chiaramente il livello di pericolosità è molto più alto, ma gli incidenti sono rari e spesso riconducibili a malori o imprudenza. Diventa invece una pratica estrema quando si effettuano immersioni tecniche particolarmente impegnative a profondità elevate o nell’esplorazione delle grotte”. A ilfattoquotidiano.it Cecilia Luconi e Matteo Fumagalli, istruttori specializzati del Diving Group Portofino e del Club Sub Amici del Mare di Vimercate, hanno spiegato nel dettaglio tutto quello che c’è da sapere sull’attività più discussa del momento.