Roma, 22 maggio 2026 – I tre speleosub finlandesi – Jenni Westerlund, Sami Paakkarinen e Patrik Grönqvist – intervenuti alle Maldive per recuperare i corpi dei sub italiani morti hanno raccontato che l’acqua è talmente limpida che anche a 60 metri in fondo al mare c’è molta luce: “Finché non si entra nella grotta, non si ha la percezione di trovarsi in un ambiente pericoloso”. A raccontarlo è Cristian Pellegrini, responsabile di Dan Europe, l’associazione subacquea internazionale che in questi giorni ha coordinato le operazioni. Sono ancora in corso le indagini per capire cosa sia successo di preciso a Monica Montefalcone, docente di ecologia marina all'Università di Genova, la figlia Giorgia Sommacal, il biologo marino Federico Gualtieri, la ricercatrice Muriel Oddenino e l'istruttore Gianluca Benedetti, scesi nella grotta al largo dell'isola di Alimathà, nell'atollo di Vaavu, il 14 maggio e mai più risaliti. L’ipotesi finora più accreditata è un errore umano, o una perdita di orientamento nell’uscita dalla grotta: i dispositivi dei sub – computer subacquei e action cam – sono al vaglio degli investigatori. “A questi ambienti ci si approccia con un’esperienza progressiva – spiega Pellegrini – non si entra in una grotta dopo un corso iniziale d’immersione”.
“La grotta delle Maldive? Buia e pericolosa. Ecco come ci si allena per non perdersi e gli strumenti necessari per sopravvivere”
Parla Cristian Pellegrini di Dan Europe, l’associazione che ha coordinato il recupero dei sub italiani morti: “In ambienti così difficili la preparazione specifica conta più della tecnologia”











