“Cosa è successo? Presto per dirlo, ma in questi casi spesso conta l’errore umano“. A dirlo al Messaggero è Jenni Westerlund, una degli speleosub finlandesi che nei giorni scorsi ha partecipato alla missione di recupero dei corpi dei cinque italiani morti il 14 maggio durante un’immersione alle Maldive. Il 21 maggio i tre membri del team sono scesi per l’ultima volta nelle grotte di Alimathà per ripulire da ogni passaggio umano l’ambiente e raccogliere altre informazioni utili per aggiornare le mappe.
Quando sono arrivati nell’atollo di Vaavu, il primo giorno, Westerlund e i colleghi Sami Paakkarinen e Patrik Grönqvist, hanno individuato i quattro corpi dei sub italiani ancora dispersi. Prima era stato possibile il recupero solo dell’istruttore capobarca, il padovano Gianluca Benedetti, perché si trovava all’ingresso della grotta. Durante le prime missioni per cercare gli altri, rimasti intrappolati nella parte più profonda del cunicolo, era morto uno dei sommozzatori maldiviani, il sergente maggiore Mohamed Mahudhy. Tutti rischi valutati dal team: “Ci hanno chiesto di aiutare, e noi sapevamo di avere le competenze per farlo in modo sicuro, riducendo al minimo i rischi. Non c’era altro da valutare. Non ci potevamo tirare indietro“, racconta Westerlund. Il secondo giorno nell’atollo di Vaavu, il team, che non si è fatto pagare, ha recuperato i corpi di Monica Montefalcone e Federico Gualtieri, il giorno dopo quelli di Giorgia Sommacal e Muriel Oddenino: “Ci sono cunicoli angusti in cui ci si muove a malapena, e poi all’improvviso si apre un’area più ampia. In generale, c’è sempre abbastanza spazio per far passare un subacqueo”, spiega Westerlund. “Ci siamo serviti di scooter subacquei. Uno di noi guidava, apriva la strada; l’altro assisteva, controllava, si occupava del carico”.











