Nell’Arcadia tecnologica di Sam Altman e altri big dell’intelligenza artificiale saranno solo le macchine a lavorare, e a ciascun essere umano spetterà una specie di reddito universale che dovrebbe diventare la base di una nuova economia. «Tenere in vita dei polli da allevamento dandogli quanto basta per continuare a caricare dati… E se uno volesse essere ricco come Sam Altman? Perché non sta scritto da nessuna parte che solo lui e i suoi simili siano ricchi», obietta Maurizio Ferraris. Filosofo, docente di Filosofia teoretica all’Università di Torino, è anche responsabile scientifico del progetto Webfare, condotto dall’Università e dal Politecnico di Torino, con finanziamenti del Ministero dell’Università e della Ricerca-MUR. Un’idea nata dalla constatazione che i dati prodotti online dalle persone generano valore economico e conoscenze che non dovrebbero restare nel le mani delle piattaforme. «È un capitale rinnovabile e collettivo – spiega – che può e deve essere redistribuito in base al bisogno, non al merito. Un welfare dei dati, fondato sulla giustizia digitale».

Intanto il “comunismo digitale” di Ferraris si scontra con una realtà fino a qualche anno fa impensabile: che l’IA potesse togliere il lavoro agli artisti. Secondo esperti e studiosi, sarebbero stati a rischio i mestieri più ripetitivi e meccanici, invece oggi scrittori, giornalisti, illustratori, musicisti sono minacciati come e forse più di altri settori. Eppure le loro opere (spesso senza consenso né remunerazione) hanno contribuito ad addestrare i modelli di IA che usiamo ogni giorno.