Non solo un confronto tra esperti: è stato uno specchio rivolto al futuro; un tentativo di comprendere se davvero possiamo ancora chiamarci padroni del nostro destino nell’era degli algoritmi. Al Festival dell’Economia di Trento, al panel «L’intelligenza artificiale e l’uomo» non si è parlato di chip e Cpu, ma di coscienza, potere e, soprattutto, responsabilità.

«Non stiamo parlando di un dibattito alla Galileo, se il telescopio sia buono o cattivo, ma ci troviamo in una situazione analoga alla rivoluzione industriale. La domanda è: how much is too much?», ha esordito dal palco del Teatro Sociale Padre Paolo Benanti, presidente del Comitato per l’intelligenza artificiale del Dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio dei ministri.

«Occorre riconoscere – ha aggiunto – che l’unica vera piattaforma abilitante per l’innovazione tecnologica nell’intelligenza artificiale è l’essere umano. Se l’uomo non viene educato e formato, la produttività non aumenta e si generano tensione sociale e squilibrio». Di certo, puntualizza Benanti, ci troviamo «in un tempo fantastico, possiamo interrogarci tra di noi», tornando «a domande che pensavamo di aver lasciato a una stagione precedente».