Gentile direttore, un summit riservato negli Stati Uniti ha riunito teologi e ricercatori di Anthropic, la società che sviluppa Claude, per discutere di coscienza e dignità umana nell’era dell’IA. In questo clima nasce anche un mio scambio diretto con l’azienda: che cosa resta dell’uomo quando una macchina ragiona quasi come noi? E come si concilia tutto con l’idea biblica dell’uomo “a immagine di Dio”? La risposta è netta: l’IA non è una persona, non ha coscienza né interiorità. È un sistema statistico. Per questo Anthropic insiste su tre principi: trasparenza, limiti, responsabilità. In un tempo in cui l’IA sembra ovunque, resta un punto chiaro: l’uomo si riconosce nelle domande di senso. È lì che si vede il limite della macchina.

Giuseppe Di Biasi

Caro lettore, quando si parla di Intelligenza Artificiale (IA) si contrappongono spesso due correnti di pensiero: quella di chi pensa che salverà il mondo e quella di chi invece ritiene che si sostituirà all’uomo e ci distruggerà tutti. Si tratta di due estremizzazioni che colgono solo una parte della realtà. In ogni caso è sicuro che l’Ia rappresenta un cambiamento epocale, almeno pari a quello della scoperta dell’energia elettrica o del telefono per intenderci, destinato quindi a rivoluzionare molti aspetti della nostra vita e in tempi più brevi di quello che molti si attendono.