Non parlano con noi, ma di noi. Le intelligenze artificiali (IA) ci studiano, ci guidano. E, quando entrano nella nostra sfera emotiva e decisionale, diventano interlocutori invisibili che influenzano chi siamo, cosa scegliamo, come pensiamo.

Cosimo Accoto, filosofo tech affiliato al MIT di Boston, autore di una trilogia filosofica sulla civiltà digitale e, più di recente, anche di un saggio sull’intelligenza artificiale generativa intitolato “Il Pianeta Latente. Provocazioni della tecnica, innovazioni della cultura” (Egea, 2024), parla delle IA come di «entità computazionali» non in senso figurato, ma come agenti reali che «costruiscono e movimentano la nostra realtà», agendo sull’insieme delle nostre mani (macchine in senso fisico), menti (strumenti cognitivi) e mercati (infrastrutture economiche come servizi digitali).

«Dobbiamo superare l’approccio banalmente “strumentale” con cui si leggono di norma le innovazioni tecnologiche – spiega – e cominciare a studiarle come dispositivi “istituenti” e istituzionali che costruiscono e movimentano la nostra realtà: dal codice software che riscrive le esperienze del mondo agli algoritmi dell’intelligenza artificiale che modellano e orientano le nostre azioni quotidiane ai protocolli crittografici delle reti che fanno circolare in sicurezza identità umane, beni digitali, transazioni automatiche». Non stiamo più interagendo solo con strumenti, ma con presenze che parlano e, in parte, sentono. Anche se simulano.