È ormai consapevolezza acquisita da parte dei filosofi che l’intelligenza artificiale, lungi dal segnare una novità assoluta, non faccia che portare alle estreme conseguenze delle tendenze che affondano le loro radici nelle basi logiche e nella stessa grammatica dell’Occidente.
La nostra civiltà ha da sempre concepito l’uomo come un animale tecnico, cioè come proteso alla creazione, attraverso la ragione scientifica, di supporti pratici che lo rendano meno vulnerabile all’ambiente esterno di quanto non lo siano le altre creature. Dove sarebbe, quindi, la novità?
Non è però solo questione di una storia comune fra ieri e oggi: c’è dell’altro. Con la fantasia l’uomo ha infatti spesso anche previsto le fasi del successivo progresso tecnologico. E ciò vale anche per l’intelligenza artificiale: filosofi, letterati, utopisti, hanno immaginato nei secoli supporti in grado di migliorare non solo le nostre prestazioni fisiche ma anche quelle mentali.
Constatato che il primo limite che l’uomo incontra è nella sua memoria e, successivamente, nell’organizzare le sue conoscenze, lo spagnolo Raimondo Lullo concepì, già alla fine del XIII secolo, un Ars magna, che, attraverso figure e simboli, non solo permetteva di trattenere una quantità enorme di conoscenze, ma anche di legarle fra loro in modo semplice e funzionale. Insomma, egli pensava che sarebbe stato possibile, sviluppando la sua tecnica, arrivare a un “sapere totale” attraverso l’uso di una “clavis” universale.








