Nel dibattito sull’intelligenza artificiale, da una parte c’è la macchina che rimpiazza, accelera, taglia. Dall’altra, quella che libera tempo e aumenta la produttività, aprendo una nuova stagione di magnifiche sorti e progressive. Per Antonio Calegari, direttore di AI4I (Istituto Italiano di Intelligenza Artificiale) di Torino, è ancora presto per sciogliere il dilemma. Ammesso che sia possibile: oggi in Italia «l’intelligenza artificiale non sta ancora cambiando in profondità il lavoro industriale». Sta però già mostrando con nitidezza le fragilità strutturali del nostro sistema produttivo. Messo finalmente da parte l’attendismo, tra lo scorso anno e l’inizio di quello corrente diverse aziende hanno avviato progetti e investimenti. «Circa metà delle industrie italiane dichiara di usare l’intelligenza artificiale. Il problema comincia quando si prova a capire che cosa significhi davvero usare l’IA». Perché sotto la stessa etichetta finiscono pratiche assai diverse tra loro. «Per molti l’IA significa un large language model: ChatGpt, Gemini, Copilot. Per altri vuol dire Google Translate. Per altri ancora Siri o Alexa. Soprattutto grazie ai modelli generativi, l’intelligenza artificiale è diventata familiare; ma la familiarità non coincide con l’integrazione nei processi, né con una consapevolezza piena di ciò che si sta facendo».