Usare l’intelligenza artificiale sul lavoro è ormai la normalità. Secondo gli ultimi dati, a livello globale il 58% di chi svolge professioni creative, cognitive o impiegatizie sfrutta ChatGPT e i suoi fratelli sul lavoro; percentuale che arriva fino all’80% negli Stati Uniti e in altre economie avanzate. Giunti a questo punto, possiamo provare a fare un primo bilancio e a rispondere a una domanda cruciale: si è realizzata la promessa secondo cui l’intelligenza artificiale ci avrebbe liberato dalle mansioni più noiose e ripetitive, permettendoci di concentrarci soltanto su quelle dal maggior valore aggiunto, facendoci contestualmente lavorare per meno ore?“Nel giro di 10 o 20 anni, i progressi nella AI e nella robotica renderanno il lavoro opzionale”, ha affermato qualche mese fa Elon Musk. Il tempo potrebbe ancora dargli ragione, ma gli studi finora condotti confermano quanto molti di noi stanno scoprendo in prima persona: l’intelligenza artificiale non ci sta facendo lavorare di meno. Al contrario: ci sta incentivando a svolgere sempre più compiti e a sobbarcarci mansioni che un tempo avremmo delegato ad altri o evitato del tutto.Più lavoro e più in frettaUno studio realizzato da due ricercatrici di Berkeley, che hanno seguito da vicino il modo in cui l’AI viene utilizzata in un’azienda tech con oltre 200 impiegati, ha individuato alcuni dei fattori a causa dei quali l’intelligenza artificiale – ma, come vedremo, lo stesso vale per la tecnologia più in generale – causa un’intensificazione del lavoro, non un suo alleggerimento.Il primo e più importante fattore è quello che viene chiamato dalle ricercatrici “espansione dei compiti” (task expansion): “Poiché l’AI è in grado di colmare le lacune di conoscenza, i lavoratori hanno iniziato ad assumersi responsabilità che in precedenza avrebbero delegato ad altri. Product manager e designer hanno iniziato a scrivere codice; i ricercatori si sono occupati di compiti di ingegneria; più in generale, i lavoratori hanno provato a svolgere attività che in passato avrebbero esternalizzato, rimandato o evitato del tutto”.Da una parte, il supporto dei sistemi di intelligenza artificiale – e quindi la possibilità di affrontare compiti che un tempo non saremmo stati in grado di svolgere in maniera efficiente – ci permette di sperimentare quello che viene definito “potenziamento cognitivo”, riducendo la dipendenza dai colleghi e permettendo di ottenere feedback e aiuti di vario tipo già mentre si sta svolgendo il lavoro. “I lavoratori descrivono questo processo come ‘provare a fare delle cose nuove’”, proseguono le ricercatrici. “Ma questi esperimenti si accumulano fino ad ampliare notevolmente gli ambiti del nostro lavoro”. Il risultato è che adesso molti professionisti tendono a svolgere in autonomia del lavoro per il quale avrebbero prima chiesto aiuto o che avrebbe potuto portare a nuove assunzioni.Ancora più multitaskingQuesta stessa dinamica ha portato a una prevedibile conseguenza: stiamo diventando ancora più multitasking e tendiamo a fare andirivieni tra un compito e l’altro con una frequenza ancora superiore. “Se da un lato questa sensazione di avere un ‘partner’ favorisce un senso di slancio, dall’altro la realtà è fatta di continui cambi di attenzione, verifiche frequenti degli output dell’AI e un numero crescente di attività aperte. Questo genera un carico cognitivo elevato e la sensazione di dover gestire tutto contemporaneamente, anche quando il lavoro appare produttivo. Con il tempo, questo ritmo innalza le aspettative in termini di velocità: non tanto attraverso richieste esplicite, quanto piuttosto tramite ciò che diventa visibile e si normalizza nel lavoro quotidiano”.I risultati di questo studio qualitativo sono confermati anche da una grande analisi, effettuata dalla società ActivTrak, delle attività digitali svolte da 164mila lavoratori in oltre mille aziende: “Analizzando l’attività degli utenti di sistemi di intelligenza artificiale, nei 180 giorni precedenti e successivi all’inizio dell’utilizzo di questi strumenti sul lavoro, ActiveTrak ha rilevato una maggiore intensità lavorativa in quasi tutte le categorie: il tempo trascorso su email, messaggistica e app di chat è più che raddoppiato, mentre l’uso di strumenti di gestione aziendale, come software per le risorse umane o la contabilità, è aumentato del 94%. Nel frattempo, il tempo che gli utenti di AI dedicano al lavoro concentrato e senza interruzioni — quello spesso necessario per risolvere problemi complessi, scrivere formule, creare e pianificare strategie — è diminuito del 9%, a fronte di variazioni quasi nulle tra chi non utilizza questi strumenti”.La tecnologia ci fa sempre lavorare di più?“Quello che stiamo osservando è che il lavoro disponibile sembra non avere limiti. È come se l’obiettivo fosse fare sempre di più, non tornare a casa a mezzogiorno”, ha confermato Dean Halonen, cofondatore dell’azienda software Steelhead. È difficile sorprendersi, visto che le nuove tecnologie raramente hanno aumentato il tempo libero, portando invece quasi sempre a un innalzamento degli standard attesi o a un aumento delle attività svolte.Gli esempi si sprecano e riguardano anche le innovazioni apparentemente più semplici. Come ha mostrato Diletta Huyskes nel suo saggio Tecnologia della rivoluzione, anche l’avvento dell’aspirapolvere non ha diminuito il tempo dedicato ai lavori domestici, ma ha aumentato gli standard igienici a parità di ore dedicate alla pulizia dei pavimenti.Più di recente, la diffusione delle conference call su Zoom e simili ha reso più semplice svolgere riunioni, eliminando la necessità di incontrarsi di persona e quindi il tempo impiegato per raggiungere fisicamente il luogo preposto. Invece di ridurre le ore dedicate a questa attività, abbiamo assistito a una sua moltiplicazione: dal 2020 a oggi, il numero di riunioni indette da remoto è aumentato del 250%. La facilità con cui si può organizzare una call, e il fatto di poterla più facilmente incastrare tra le varie attività della giornata, ha insomma avuto il risultato opposto rispetto a quello che ci si poteva attendere: invece di destinare meno tempo a un numero uguale di riunioni, abbiamo destinato tempo uguale (come minimo) per fare un numero molto maggiore di riunioni.E infine, c’è il simbolo stesso di come la tecnologia aumenta il lavoro: lo smartphone. La facilità con cui possiamo mantenere attive le comunicazioni di lavoro in ogni momento ha portato a un drammatico aumento del loro volume (via email, WhatsApp, Slack, Trello e tanti altri sistemi), mentre la costante reperibilità ha fatto sì che le persone fossero alle prese con comunicazioni professionali anche al di fuori dell’orario di lavoro e nel fine settimana.Come ha sintetizzato Gabriela Mauch, chief customer officer di ActivTrak, “non è che l’intelligenza artificiale (e le altre tecnologie) non aumentino l’efficienza. È che il tempo che viene liberato è immediatamente convertito in altro lavoro”. D’altra parte, se le cose non stessero così, si sarebbe già da tempo verificata la profezia di John Maynard Keynes: circa un secolo fa, il celebre economista aveva infatti predetto che, grazie alla tecnologia, nell’epoca in cui oggi viviamo avremmo lavorato non più di 15 ore a settimana. Come possiamo tutti testimoniare, le cose sono andate molto diversamente.
Perché l’intelligenza artificiale ci fa lavorare di più
Avrebbe dovuto permetterci di concentrarci sulle attività più interessanti e di creare maggiore tempo libero: le cose stanno andando molto diversamente, ed è difficile sorprendersi










