Grazie a Dio, mi è capitato di vivere e raccontare, come elettore e cronista, tutti gli 83 referendum, singoli o a grappoli, abrogativi o confermativi, indetti negli 80 anni scarsi della Repubblica: a cominciare da quello sul divorzio del 1974. Che sfatò il mito della invincibilità della Democrazia Cristiana uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile 1948. Il referendum istituzionale del 1946 si era svolto in regime ancora monarchico, segnandone peraltro la fine. E io avevo potuto solo accompagnare da bambino mio padre e mia madre al seggio.
Di tutti i referendum vissuti, ripeto, da elettore e cronista, il più divertente rimane quello sul divorzio, immortalato dal Fanfani ridotto da Giorgio Forattini a un tappo saltato dalla bottiglia di champagne dei divorzisti. L’allora segretario della Dc ce l’aveva francamente messa tutta per meritarsi quello sberleffo, motivando il no alla conferma della legge sul matrimonio non più indissolubile con la necessità di proteggere la famiglia dal rischio di una tresca e poi di una fuga del marito con la cameriera.
Non meno divertente, almeno per i miei gusti, fu il referendum del 1985 voluto e perduto dalla sinistra politica e sindacale contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari apportati da un presidente socialista del Consiglio, Bettino Craxi, figurativamente appeso da Forattini, sempre lui ma meno allegramente, con la testa in giù, e stivaloni neri, ad un cappio.















