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26 MARZO 2026

Ultimo aggiornamento: 6:38

Certamente la netta vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati è da ascrivere allo straordinario impegno che magistrati (soprattutto Gratteri), giornalisti, intellettuali e politici della vecchia guardia, hanno posto nello spiegare la reale portata del quesito referendario: e cioè il doppio significato che questo quesito recava in sé: non solo la “separazione delle carriere”, ma anche e soprattutto il ridimensionamento del potere giudiziario e la subordinazione dei pubblici ministeri al potere esecutivo, con conseguente, gravissima distruzione dell’equilibrio dei poteri. Un equilibrio già fortemente alterato con la incorporazione nell’Esecutivo del potere legislativo del Parlamento, attraverso la pratica della sostituzione delle leggi di iniziativa parlamentare con il sistema dei decreti legge sottoposti all’approvazione delle Camere.

E tutto questo nella visuale di un più ampio disegno di modifica della Costituzione, da realizzare con le “autonomie differenziate”, la “separazione delle carriere” dei magistrati, e, infine, con l’attuazione del disegno di legge costituzionale sul “premierato”. Né si dimentichi l’affermazione del ministro Tajani, secondo il quale, dopo l’approvazione del “premierato”, si sarebbe provveduto a eliminare l’articolo 109 della Costituzione, secondo il quale “L’Autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria”.