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Ultimo aggiornamento: 6:03

di Massimiliano Di Fede

Il verdetto delle urne del 22 e 23 marzo non ha solo bocciato una riforma della giustizia: ha respinto un metodo. Con il 54% dei No, gli italiani hanno percepito che dietro la “separazione delle carriere” e l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare non c’era un desiderio di efficienza, ma un’eco lontana e inquietante. Quella di un potere esecutivo che, per natura ideologica e storia politica, fatica a tollerare un ordine giudiziario autonomo e indipendente.

Per capire il presente, bisogna studiare il passato. Nel 1923, l’allora Ministro della Giustizia del primo governo Mussolini, Aldo Oviglio, varò una riforma che fu il primo vero piccone contro lo Stato liberale. Con il pretesto di “riorganizzare” i tribunali, Mussolini iniziò ad assoggettare la magistratura al Ministero, epurando i giudici democratici (come Lodovico Mortara) e trasformando il magistrato in un funzionario gerarchicamente dipendente dal governo.