Nata quasi 80 anni fa dal referendum giustamente celebrato dal Capo dello Stato nel messaggio di Capodanno come uno spartiacque, la Repubblica si è sviluppata ed è destinata a svilupparsi ancora politicamente, culturalmente, direi anche moralmente attraverso altri referendum. In particolare, da quello abrogativo del 1974 contro il divorzio, perduto dalla parte più integralista del cattolicesimo politico promosso nel 1948 alla maggioranza elettoralmente assoluta. Poi dal referendum, anch’esso abrogativo, del 1985 contro i tagli alla scala mobile dei salari apportati dal governo di Bettino Craxi per salvare il valore reale dei salari dall’inflazione che galoppava a due cifre. Ora sta arrivando il referendum, non abrogativo ma confermativo, della riforma costituzionale troppo pomposamente chiamata, forse, della giustizia ma non per questo meno importante della riforma della magistratura, come giustamente preferisce chiamarla Antonio Di Pietro. Che è passato per i tribunali d’Italia, dopo una carriera in polizia, in tutti i ruoli possibili fuorché quello di usciere: sostituto procuratore, imputato, avvocato. Neanche giudice è mai stato, ma lo chiamavano così lo stesso i soliti ignoranti che davano, e un po’ danno ancora dei giudici anche ai pm. E che anche per questo non gradiscono culturalmente, diciamo così, la separazione delle carriere.