Un altro anno alle spalle, un altro anno in cui il dibattito sulla ristorazione si è aggrovigliato sul tema sempre più scottante dei costi (e dei relativi prezzi) e della mancanza di personale (ma anche della assoluta rarità di quello professionalmente all’altezza), e qui forse ha ragione Carlo Cracco: il problema in Italia è che ci sono troppi ristoranti.
In più si gira attorno alla consueta contrapposizione fra tradizione e innovazione, fra osterie e trattorie da una parte e ristoranti di alta cucina (stellati o meno) dall’altra, fra la riscoperta dei piatti classici della memoria e la curiosità per una cucina più contemporanea, più esperienziale che sfamante, più divertimento che sostentamento.
Che andare al ristorante sia sempre più caro è assodato, è un dato di fatto, ma basta fare la spesa (a Mestre - non a Parigi, Milano o New York -, recentemente ho speso 10 euro per tre cachi e quattro arance, e mi fermo qui) per capire il perché, senza contare i costi - in continuo e costante aumento - dell’energia, delle tasse comunali, del personale, della bottiglia di vino e il fatto che – qualcuno magari a volte lo dimentica – chi investe, chi rischia di tasca propria e lavora dalle 12 alle 16 ore al giorno avrà pure diritto ad uno stipendio decente a fine mese. E il peggio è che sembra un circolo senza vie di uscita, almeno a breve.









