Chiedono un elicottero perché sono stanchi, arrivano a 2.300 metri di quota senza maglione e ordinano prosciutto e melone in rifugio come fossero al mare. Non sono barzellette, ma scene di ordinaria follia turistica sull’arco alpino, invaso da un’ondata post-pandemica di escursionisti inesperti. Un fenomeno che, tra imprudenze e richieste surreali, sta mettendo a dura prova la pazienza dei rifugisti e l’impegno del Soccorso Alpino, come racconta il Corriere della Sera che ha raccolto le loro testimonianze.
“Durante il periodo del Covid si andava in cerca di grandi spazi con distanze fra le persone. Così la gente ha cominciato a salire in montagna e si è accesa la passione in tanti giovani, ma non solo”, spiega Paolo Valoti, past president del CAI di Bergamo. “Da allora la quantità di gente se non è raddoppiata poco ci manca”. Un boom che, però, non sempre è andato di pari passo con la consapevolezza. Valoti racconta un episodio emblematico: “L’altro giorno ero nella Valle del Salto a sistemare il sentiero e c’era un ponte di neve spesso tre metri. Mentre lo guardavo è crollato. Io sapevo che non bisognava passarci. Lì vicino c’era gente che da com’era vestita si vedeva che non era esperta: e se ci fosse salita sopra?”.













