Egregio Direttore, molti qualificati editorialisti, esperti in politica economica del nostro Gazzettino e non solo, scrivono spesso dei vincoli economici che la UE si autoinfligge per dare più ordine e controllo alla sua economia interna peggiorando la concorrenzialità dei suoi prodotti e servizi. Potrebbe essere utile elencare dei macro esempi per facilitare la comprensione a noi comuni cittadini meno esperti di economia ma penalizzati da queste "gabelle".

Sergio Bianchi

Venezia

Caro lettore, dal 1993 ufficialmente non possono esserci dazi doganali di alcun tipo all'interno dell'Unione europea. Nella realtà però nel Vecchio continente continuano ad esserci barriere non tariffarie che ostacolano l'ingresso delle merci su alcuni mercati e penalizzano economicamente gli scambi tra nazioni Ue. Funzionano come veri e propri dazi invisibili: aggiungendo costi e complessità all'attività delle imprese esportatrici, agiscono di fatto come barriere al commercio rendendo meno concorrenziali i prodotti "stranieri".

Alcuni Paesi, per esempio, applicano forme di protezionismo mascherato a tutela delle aziende nazionali. In che modo? Scoraggiando le importazioni da altri Paesi europei attraverso una serie di lacci e lacciuoli burocratici. E aggirando nei fatti il principio del «mutuo riconoscimento» che dovrebbe obbligare ogni Paese europeo ad accettare i criteri di conformità adottato da un'altra nazione Ue. È quanto accaduto per esempio in Francia con il riso italiano o nei Paesi nordici con l'olio spagnolo, sottoposti a controlli esasperati od ostacolati da cavilli tecnici. E resi quindi più costosi e meno appetibili per i consumatori nazionali.