Se non è il ritorno alla casella di partenza, poco ci manca. Per l’Europa, la sentenza della Corte Suprema Usa che ha dichiarato illegittimi i dazi generalizzati imposti da Donald Trump senza passare dal Congresso, e poi il contrattacco del presidente che ha annunciato una nuova tariffa universale (del 10%, ma subito diventata del 15%), hanno riproposto il peggiore degli incubi vissuti l’anno scorso dai vertici istituzionali e dalle aziende esportatrici. L’incertezza. «Il più grande veleno per le economie dell’Europa e degli Stati Uniti», l’ha definito il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Oltretutto in un momento in cui a Bruxelles speravano di potersi concentrare sulla rapida attuazione degli accordi di libero scambio firmati con i sudamericani del Mercosur e con l’India, e su un’accelerazione dei negoziati ancora in corso, a cominciare dall’Australia. Cioè la diversificazione dei partenariati, su cui l’Ue s’è gettata a capofitto per sostenere l’export e la crescita.

E invece no: Ue e capitali dovranno tornare a seguire da vicino la saga dazi a stelle e strisce. Dopotutto, è venuto meno il presupposto giuridico che aveva consentito a Trump, con un ordine esecutivo datato 31 luglio, di mettere nero su bianco un’aliquota unica del 15% per (quasi) tutto l’export Ue, come pattuito a luglio con Ursula von der Leyen in Scozia. Ma le ragioni per provare a salvare l’intesa ed evitare accuratamente ogni strappo in questa fase restano solide, fanno notare a Bruxelles, visto che «le imprese chiedono prevedibilità». Senza contare, oltretutto, che Trump ha detto di essere determinato a usare «i molti altri strumenti già testati» per ripristinare quanto smantellato dalla Corte Suprema.