«Un accordo è un accordo. E come tale va rispettato». Dopo 48 ore di cautela in seguito alla pronuncia con cui la Corte Suprema Usa ha invalidato i dazi generalizzati adottati da Donald Trump senza passare dal Congresso, ieri la Commissione europea è tornata a mostrare fermezza al suo principale partner commerciale. Bruxelles pretende che Washington «onori gli impegni contenuti nella dichiarazione congiunta» pattuita a luglio in Scozia, si legge in una nota di palazzo Berlaymont.

Al contrario, «l'attuale situazione non contribuisce a creare le condizioni per un commercio equo e reciprocamente vantaggioso» secondo quanto concordato: cioè 15% onnicomprensivo su (quasi) tutto l'export Ue, in cambio di dazi zero su gran parte di manifattura e agroalimentare statunitense. La nuova tariffa globale del 15% (con diversa base giuridica) annunciata da Trump in risposta alla pronuncia della Corte, invece, non sembra rispettare i patti, ragion per cui il Parlamento europeo oggi dovrebbe fermare la ratifica dell'accordo. Al di là delle apparenze - e del fatto che l'aliquota non cambia -, al nuovo prelievo andrebbero sommati infatti i balzelli della cosiddetta “nazione più favorita”, pratica ammessa nel contesto dell'Organizzazione mondiale del commercio. In poche parole, dietro il nuovo 15% si nasconderebbe un rincaro dei dazi per gli europei. «Le nostre merci devono continuare a beneficiare del trattamento più competitivo, senza alcun aumento che vada oltre il tetto “tutto incluso”», ha invece ricordato Ursula von der Leyen all'alleato americano.