Dove è finito l’impassibile stoicismo degli inglesi? Il loro “stiff upper lip”, rigido e orgoglioso labbro superiore, imperturbabile di fronte ad ogni avversità? Dov’è finito il proverbiale “keep calm and carry on”, l’arte di mantenere una calma freddezza per andare avanti risoluti? Stereotipi da archiviare definitivamente se persino un Premier, pur furibondo per essere stato cacciato a metà mandato dai suoi stessi compagni di partito, si scioglie in lacrime nella scenografia austera del numero 10 di Downing street. Come Starmer lo aveva già fatto Theresa May dallo stesso podio, nello stesso discorso di addio. Difficile immaginare la stessa scena con Churchill e Thatcher. Gli inglesi avevano già imparato a mostrare le proprie emozioni quasi 30 anni fa, con i singhiozzi e gli abbracci pubblici per Lady D. Isteria collettiva di fronte alla morte improvvisa della principessa triste. Vittima di un tragico destino proprio come nelle fiabe senza lieto fine. Ma allora era la gente comune davanti a Buckingham Palace, adesso sono i governanti a commuoversi davanti alle telecamere. Globalizzazione dei sentimenti e dei cicli politici, sempre più brevi e frenetici anche in Gran Bretagna. Andy Burnham sarà incoronato entro fine luglio, settimo Premier in un decennio. Prima c’erano voluti quarant’anni per vederne sei a Downing street. Comune ormai anche la tendenza ai cambi di governo senza un passaggio per le urne e nemmeno un dibattito e un voto parlamentare. Burnham catapultato da sindaco di Manchester a Primo Ministro per una scelta tutta interna ai Laburisti. «Il partito di maggioranza in Parlamento è legittimato ad esprimere il Premier e a governare. Lo può dunque anche cambiare senza uno scrutinio popolare» ricorda il decano dei Costituzionalisti inglesi, Lord Philip Norton. Se davvero poi non ci saranno altri candidati a sfidarlo, Burnham verrà sostanzialmente eletto d’ufficio, senza nemmeno un confronto sul programma o un voto congressuale. Per il bene della democrazia inglese alcuni deputati pensano in queste ore a candidature di bandiera, tanto per aprire almeno il dibattito interno. Porte girevoli dunque a Downing street, tutto nel chiuso dei palazzi del potere, come si era già visto negli avvicendamenti dei governi conservatori, tra May e Boris Johnson, Liz Truss e Rishi Sunak. «Davvero inusuale che siano ora i Laburisti ad applicare lo stesso sistema» commenta sempre Lord Norton. Anche con il partito della tradizione operaia cresce dunque la distanza tra il palazzo e il Paese reale. Starmer chiuso nella torre d’avorio del potere non sapeva comunicare alla gente né dare il senso di una strategia. Il malcontento e la disillusione verso la politica alimentano così l’astensionismo e spianano la strada alla destra populista. Anche questo cambio in corsa rischia così di approfondire il fossato. Non è un caso poi che tutto avvenga a cavallo dell’anniversario del referendum per l’uscita dall’Unione europea. Dal 2016 i Britannici si sentono più spaesati, in cerca di una nuova identità. Il Regno è meno europeo, più isolato sulla scena globale, nonostante le nostalgie imperiali dei pifferai della Brexit.

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