Dieci anni fa, davanti alla porta del numero 10 di Downing Street fu messo il leggio marrone chiaro con il simbolo del governo britannico; poco dopo David Cameron, l’allora premier, uscì dalla casa in cui aveva abitato per sei anni, con sua moglie Samantha, e annunciò le sue dimissioni: aveva perso il referendum sulla Brexit, che aveva voluto per – diceva – “risolvere la questione europea”, sbagliando il calcolo più importante della sua carriera. Oggi, nello spiazzo più famoso del Regno Unito, si è consumata la stessa liturgia: Keir Starmer, il premier attuale, è uscito dalla casa in cui ha abitato per quasi due anni, con sua moglie Victoria, e si è dimesso in seguito alle pressioni del suo stesso partito, il Labour, dopo la sconfitta alle elezioni amministrative di inizio maggio. La Brexit in senso stretto questa volta non c’entra, ma se c’è un effetto chiaro del divorzio del Regno dall’Ue è proprio l’instabilità, la crisi di governo. Il racconto degli ultimi dieci anni del Regno è indissolubilmente legato alla Brexit e al leggio marrone chiaro davanti a Downing Street per annunciare le dimissioni: Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak e infine l’unico laburista di questa storia, Keir Starmer.Larry, il gatto di Downing Street che ha sedici anni, che si aggira spesso, calmo e severo, nello spiazzo e che in questi tempi chiassosi ha un suo account sui social, ha “postato” su X, poco prima dell’annuncio ufficiale di Starmer: “Se le voci che circolano sono corrette, a breve inizierò a vivere con il mio settimo premier. Se così stanno le cose, ho intenzione di smettere di sforzarmi a imparare i loro nomi”. Ecco, il gatto ha fatto la didascalia perfetta al Regno Unito degli ultimi dieci anni, dopo che la Brexit ha vinto nell’incredulità dei suoi stessi fautori e degli inglesi che si addormentarono la sera del 23 giugno del 2016 pensando che sarebbero rimasti dentro l’Ue e si risvegliarono che erano fuori. L’esito lo conosciamo bene: 52 per cento contro 48 per cento, il Regno spaccato a metà, con lo spicchio decisivo a favore dell’isolamento. Gli inglesi non sapevano niente – nemmeno noi europei – di quel che sarebbe accaduto dopo, non sapevano che la Brexit era una fantasia che andava calata nella realtà, non sapevano che la Brexit avrebbe consumato risorse, tempo, leader, e pazienza – soprattutto tanta pazienza – per gli anni a venire. Il problema è che non lo sapevano nemmeno quelli che se la sono inventata, la Brexit, ed è anche per questo che all’instabilità inevitabile dopo uno scossone di quella portata si sono aggiunti i negoziati con l’Ue, le liti dentro ai partiti, le rivalità, mentre la gestione del divorzio dall’Ue drenava ogni altra idea di rilancio. I conservatori hanno fatto di tutto per far funzionare la Brexit – Johnson vinse le elezioni con lo slogan “Brexit done” – mentre i laburisti hanno cercato di rimediare a quello che considerano un errore epocale per il Regno Unito, sperando prima di poter cancellare l’esito di quel referendum e poi, una volta arrivati al potere – soltanto nel 2024 – di portare avanti un riallineamento nei confronti dell’Unione europea, circoscritto ad alcuni settori e senza mai mettere in discussione la sacra volontà popolare del 2016, ma con un nuovo atteggiamento nei confronti del continente. Uno dei grandi meriti di Keir Starmer è stato quello di scrollare di dosso al Labour il rimpianto della Brexit e di iniziare a pensare a un nuovo modo di stare insieme agli europei, partendo dalle urgenze che in questo momento sono la sicurezza e la difesa – dell’Ucraina e dell’Europa.Se è vero che non tutto quel che accade oggi nel Regno, l’ultima crisi di governo, un 2026 di scandali e di proteste, può essere spiegato con la Brexit, è altrettanto vero che la ferita che spacca a metà il paese non si è rimarginata, mentre i problemi che la Brexit doveva risolvere – l’immigrazione – non sono stati risolti. Se si chiede agli esperti inglesi di trovare un’immagine per rappresentare l’effetto della Brexit, c’è chi indica il criceto nella ruota e chi un gorgo che risucchia ogni cosa – entrambe le immagini danno il senso del tempo sfruttato male, delle energie sprecate. Poi, certo, ci sono i partiti, i leader, il mondo intorno che si è capovolto – ancora prima che Starmer si dimettesse, il presidente americano Donald Trump ha postato: si dimetterà perché ha sbagliato tutto su immigrazione e politiche energetiche, e poco dopo il russo Kirill Dmitriev lo ha ripostato, e ha passato la giornata in una furia tuittarola invero trumpiana a denunciare “il tradimento di Starmer” – e la propensione molto britannica al cannibalismo politico. I Tory, al governo per quattordici anni, si sono divorati tra di loro, fino a esaurire idee e leader, lasciando spazio al ritorno del Labour al potere, con una vittoria a valanga.Ora che il governo di Starmer è finito senza poter festeggiare nemmeno il suo secondo compleanno, tutti si chiedono che cosa e quando è andato storto: le promesse non mantenute? La nomina di Peter Mandelson come ambasciatore in America senza i controlli necessari? L’eccessiva cautela in un paese che aveva bisogno di una rivoluzione? La mancanza di carisma? I collaboratori sbagliati? Ognuno ha la sua ragione preferita, quel che è certo è che stato il Labour, dopo la sconfitta alle amministrative del 7 maggio, a non reggere la pressione e a commettere l’errore che fino a quel punto era stato dei conservatori: masticare il proprio leader e sputarlo via, pensando che una nuova faccia, un nuovo nome potesse essere la soluzione. Andy Burnham, da oggi ex sindaco di Manchester e parlamentare, nonché il candidato quasi unico alla successione di Starmer, si è trovato nel posto giusto al momento giusto, dopo averci provato per molto tempo e dopo essere stato tenuto fermo dagli starmeriani che non volevano un’altra insidia interna.Ed è così che domani si celebrano i dieci anni dal referendum della Brexit e l’ultima crisi di governo del Regno Unito, mentre Nigel Farage, il brexitaro in chief, affila i coltelli, i Tory si sentono un po’ più avanti nel processo di ristrutturazione interna, il Labour punta su un cambiamento senza connotati e il gatto Larry non vuole più imparare i nomi dei suoi inquilini.