Un voto di pancia, d'istinto e di protesta i cui esiti, a 10 anni esatti, suscitano delusioni diffuse fra i britannici e si inseriscono in un contesto politico straordinariamente instabile per il Regno Unito: il sesto premier in quel lasso di tempo, Keir Starmer, si è dimesso, in attesa della nomina di un successore all'interno della maggioranza laburista.
Era il 23 giugno 2016 quando gli elettori fecero una scelta destinata a cambiare profondamente il Paese, sancendo con un referendum il divorzio dall'Ue. Il risultato colse di sorpresa gran parte dell'establishment dell'isola e del continente, e tutti coloro che si erano rifiutati sino alla vigilia di crederlo possibile. Il verdetto arrivò poco prima dell'alba, dopo una notte di conteggi al cardiopalma, che alla fine decretarono la vittoria nemmeno di strettissima misura - pur in una nazione sostanzialmente spaccata in due - dei sostenitori del Leave su quelli del Remain. Ossia la Brexit, secondo un neologismo destinato a entrare nei libri di scuola, vale a dire la fine di un matrimonio - d'interesse, più che d'amore - durato fino ad allora per quattro decenni. Il 52% dell'elettorato scelse di uscire dal blocco, contro il 48% che voleva restare.










