Stefano Bettera
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Britain’s Prime Minister Keir Starmer speaks to the media outside 10 Downing Street to announce his resignation in London, Monday, June 22, 2026.(AP Photo/Thomas Krych)
“Starmer ha fallito, lunedì si dimetterà”. È stato Donald Trump, con il suo consueto “stile diplomatico”, a recapitare la “lettera di licenziamento” a mezzo social. Nel weekend ha tuonato, come da copione, e il benservito è giunto lapidario e, per una volta, preveggente. Così, il premier più inchiodato alla poltrona della storia d’Inghilterra ha infine capitolato. Dopo giorni di rumours che rimbalzavano sulla stampa britannica e internazionale, la voragine si è aperta.
Ieri, di prima mattina, con le lacrime agli occhi davanti a Downing Street, il primo ministro ha dichiarato che entro settembre ci sarà un nuovo leader. I tempi erano maturi. Che fosse ormai la maggioranza del suo stesso partito a spingere per l’abbandono lo si era capito dalle continue dichiarazioni e dai vari documenti di sfiducia tenuti prudentemente nel cassetto per mesi, ma che – di giorno in giorno – vedevano aumentare la lista delle adesioni tra i parlamentari. Lo stesso ministro per le Imprese del Regno Unito, Peter Kyle, in un’intervista alla BBC, domenica, aveva lasciato intendere che Starmer si stava prendendo «il tempo per riflettere su quali siano oggi le realtà politiche rispetto a una settimana fa».










