Prima del 9/11 eravamo abituati a temere attentati indirizzati contro una vittima, che arrivavano a coinvolgere un numero molto limitato di persone. Dopo le Torri gemelle, l’aspettativa divenne che potessero esservi ulteriori progetti volti ancora a colpire centinaia o migliaia di persone. La necessità di prevenire divenne sempre più impellente e i modi per farlo sempre più febbrilmente elaborati. L’analisi di Giuliano Amato, presidente onorario del Centro studi americani e già presidente del Consiglio
Quello delle Torri gemelle di 25 anni fa fu il secondo attacco nemico al proprio territorio che spinse gli Stati Uniti alla guerra. Ma il nemico non era uno stato ostile, com’era accaduto con il bombardamento del Giappone a Pearl Harbor nel 1941. Questo fu il primo atto di guerra da parte di un’organizzazione terroristica non statale, al Qaeda. E proprio per questo fu un nuovo inizio, l’inizio di una conflittualità militare che, soprattutto in Medio Oriente, avrebbe visto, ora insieme l’uno contro l’altro, attori statali e non statali. Iraq, Siria e Libano divennero i teatri principali di questa conflittualità, che spesso avremmo faticato a decifrare; e di sicuro a governare. Gli Usa hanno perso lì, in Medio Oriente, la bussola del governo del mondo, una bussola che, sia pure tra vicende alterne, non hanno più ritrovato.













