Il mondo cambiò sotto i nostri occhi, prima attoniti, poi increduli. Dai televisori rimbalzarono nelle nostre case le immagini agghiaccianti di due aerei di linea che si schiantavano a New York contro le Torri Gemelle. Un altro, sempre civile, precipitò al suolo in Pennsylvania perché i passeggeri si ribellarono ai dirottatori. Un quarto cadde sul Pentagono, in Virginia, facendo crollare la facciata ovest dell’edificio. Era l’11 settembre di 25 anni fa. I morti nell’attentato kamikaze orchestrato da al Qaida furono quasi tremila. Si trattava del più grande scacco militare subito dagli Usa all’interno dei propri confini dopo Pearl Harbor (1941).

Quei morti schiacciarono subito l’illusione che la storia fosse finita. Nel 1992 Francis Fukuyama aveva scritto un saggio, La fine della storia, appunto, per corroborare la sua tesi: dopo il crollo dell’Urss nessuno più poteva ostacolare l’espansione del binomio capitalismo/democrazia e il mondo si avviava verso un’era di pacifica laboriosità. Purtroppo per lui e per tutti noi non era così e le vittime dell’11 settembre erano lì a testimoniarlo.

Il Pentagono, ad Arlington, in Virginia. Fu colpito da uno degli aerei dirottati (Epa)

Su una cosa, però, Fukuyama ci aveva azzeccato: niente sarebbe stato più come prima. Il colpo subito dalla leadership statunitense fu gravissimo non solo militarmente. La geopolitica, privata del suo più solido punto di riferimento, impazzì di colpo e il sistema politico internazionale si avviò verso una fase di acuta instabilità che dura tutt’ora. Le gerarchie ereditate dalla guerra fredda erano state messe in discussione. Un tramestio attraversò il mondo insieme alla consapevolezza che erano saltate tutte le vecchie regole. Contro il terrorismo islamico l’equilibrio del terrore non serviva più, così come la tradizionale deterrenza affidata ai consueti ordigni nucleari.