L’11 settembre 2001 Al Qaida sferra il più sanguinoso attacco mai subito dagli Stati Uniti nella storia. Abbiamo ancora tutti davanti agli occhi le immagini catastrofiche dell’attentato che ha cambiato lo skyline di New York.Venticinque anni dopo sappiamo che con le Torri Gemelle quel giorno crollò un’idea di America, e con essa una parte dell’ordine politico e culturale che aveva dominato il mondo dopo la fine della Guerra fredda.Gli Stati Uniti scoprirono di essere vulnerabili e che l’oceano non bastava più a proteggerli, che la loro superiorità militare non era stata sufficiente a scongiurare un attacco così devastante, che la storia poteva tornare a colpire nel cuore di New York e a Washington. In pochi istanti l’ottimismo che aveva dominato gli ultimi decenni finì tra il fumo delle macerie delle Torri Gemelle mentre la paura entrava nella vita quotidiana degli americani. Da allora “sicurezza” è diventata una delle parole decisive della politica occidentale.La risposta fu immediata e profonda. Nell’ottobre 2001 arrivò il Patriot Act, che ampliò enormemente i poteri di sorveglianza e investigazione dello Stato. Nel 2002 nacque il Department of Homeland Security, destinato a coordinare la sicurezza interna e il controllo delle frontiere. Gli aeroporti divennero luoghi di controlli sempre più pervasivi e la sicurezza una dimensione permanente dell’esperienza quotidiana dei cittadini.Ma l’emergenza non rimase dentro i confini americani. La “guerra al terrore” dell’amministrazione Bush portò all’invasione dell’Afghanistan nell’ottobre 2001 e dell’Iraq nel 2003, aprendo la stagione delle cosiddette guerre infinite: conflitti lunghi, costosissimi, incapaci però di produrre quella stabilità che la loro stessa promessa annunciava. Parallelamente, la lotta al terrorismo si tradusse in detenzioni illegali, torture, Guantanamo, extraordinary rendition e pratiche di sorveglianza che, in nome dell’eccezione, misero sotto pressione i principi fondamentali dello Stato di diritto.Insomma in nome della sicurezza si dilatò lo spazio dell’eccezione e si restrinse quello delle garanzie. È una delle contraddizioni più dolorose del dopo-11 settembre: la democrazia americana, aggredita nel nome dell’odio verso la libertà, reagì talvolta comprimendo proprio quelle libertà che pretendeva di difendere. E le scelte della guerra al terrore lasciarono in eredità una politica più presidenzialista, un Congresso più debole, una crescente diffidenza verso il multilateralismo.Non è un caso che molte delle tensioni che oggi lacerano gli Stati Uniti abbiano radici in quella stagione. Trump non è comparso sulla scena dal nulla: è insieme causa e sintomo di una crisi democratica più ampia. L’idea dell’America come fortezza assediata, la centralità dell’identità, la paura dello straniero, la diffidenza verso le istituzioni internazionali: sono fenomeni che hanno attraversato gli ultimi venticinque anni prima di trovare nella nuova destra americana la loro espressione più radicale.E anche il mondo è cambiato. Gli Stati Uniti restano una potenza formidabile, ma non sono più la potenza egemonica degli anni successivi alla Guerra fredda. Altri protagonisti hanno conquistato spazio e influenza. L’ordine internazionale è più frammentato, la forza militare torna a pesare più del diritto, l’estremismo non è stato sconfitto e l’Occidente si trova a fare i conti con una crisi di fiducia nei propri stessi valori.