Il quarto di secolo successivo agli attacchi terroristici di Al Qaida dell’11 settembre 2001 può essere interpretato come una profonda frattura strutturale nella storia moderna. Insieme alle Torri Gemelle di New York sono state danneggiati gravemente anche i pilastri dei diritti umani e della dignità di ogni persona, fino a far cadere anche le torri della giustizia e della pace che si stavano costruendo dal 1945, anno dello Statuto delle Nazioni Unite. I terroristi non cercavano solo la morte di tanti innocenti, ma speravano soprattutto di creare il terrore globale, che dà loro il nome. Dopo 25 anni, possiamo e dovremmo chiederci chi ha vinto o se abbiamo perso un po’ tutti in ogni parte del mondo, in modo irreparabile e disumano quanto fu l’attacco stesso. Quello che era iniziato come un atto terroristico di massa, localizzato e catastrofico a New York e a Washington DC, ha catalizzato una trasformazione globale generazionale caratterizzata da una massiccia riallocazione delle risorse umane e finanziarie verso un militarismo perpetuo, dall’erosione della governance internazionale e dall’affermarsi di un sistema di governo guidato dai meno competenti e dai più corrotti (kakistocrazia). In quel momento, tra le 9:00 e le 10:00 di mattina a New York, le prime vittime furono quasi 4.000 persone, compresi centinaia di soccorritori; nei mesi e negli anni seguenti si aggiunsero altre 6.000 vittime che morirono per malattie dovute alle polveri inalate e altre conseguenze dell’attacco.Al totale della strage vanno aggiunte centinaia di migliaia di vittime in tutte le parti coinvolte nelle guerre infinite che seguirono; tutte guerre intrecciate dall’odio rafforzatosi contro i musulmani e dalla loro ulteriore radicalizzazione. Il tributo umano e finanziario della risposta all’attacco si tramutò nella «guerra globale al terrorismo» che ha innescato una serie a cascata di interventi, occupazioni e conflitti per procura in Afghanistan, Iraq, Siria e oltre. Studi accademici, come il « Costs of War Project » della Brown University, stimano che la violenza diretta in questi teatri di guerra post-11 settembre abbia causato quasi un milione di vittime, mentre i decessi indiretti - causati dal collasso dell’assistenza sanitaria, delle infrastrutture e dei servizi igienico-sanitari - hanno portato il bilancio totale delle vittime a milioni.Contemporaneamente, le risorse finanziarie sono state radicalmente reindirizzate. Trilioni di dollari dei contribuenti americani e di diversi Paesi occidentali sono stati sottratti alle infrastrutture pubbliche nazionali, all’istruzione, alle iniziative di transizione ecologica e agli aiuti internazionali. Questo capitale ha invece alimentato a dismisura il complesso industriale-militare, consolidando un’economia di guerra permanente in cui la prontezza perpetua ha sostituito la cura dello sviluppo sostenibile e inclusivo, mentre si indebolivano la trasparenza e le strutture aperte delle democrazie.L’era post-11 settembre ha accelerato il degrado dell’ordine internazionale liberale del Dopoguerra. Interventi unilaterali, detenzioni extragiudiziali, la normalizzazione degli omicidi mirati (come la guerra con i droni) e l’uso diffuso della tortura hanno gravemente minato il multilateralismo e il diritto internazionale. Man mano che le grandi potenze aggiravano il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o strumentalizzavano le istituzioni internazionali per fini di posizione geopolitica e interessi di sicurezza nazionale, la fiducia nei quadri multilaterali si è erosa. Questo degrado istituzionale ha alimentato un cinismo multipolare: altri sistemi socio-economici globali e regionali hanno adottato la logica del «diritto del più forte», indebolendo i quadri di cooperazione per la salute globale, la governance climatica e l’equità economica.La convergenza di crisi perpetue di sicurezza nazionale, di una guerra dell’informazione senza fine e della securitizzazione della vita pubblica ha creato un terreno fertile per la “kakistocrazia”: il governo da parte degli elementi meno qualificati, più privi di principi e più egoisti della società. Sotto la bandiera della “sicurezza nazionale”, gli Stati hanno progressivamente centralizzato il potere esecutivo, limitato le libertà civili e ampliato la sorveglianza di massa. Questo contesto ha favorito diverse distopie, alcune delle quali sono state devastanti. La paura e la sfiducia verso i governi stranieri è diventata la valuta principale della governance. I leader in grado di proiettare forza e alimentare ansie nazionalistiche o relative alla civiltà venivano spesso promossi, a prescindere dalla loro competenza amministrativa o dai loro standard etici. Così si è realizzato un circolo vizioso del panico da insicurezza presunta. L’afflusso astronomico di spesa per la difesa - gran parte della quale convogliata attraverso appaltatori privati e bilanci della difesa poco trasparenti - ha creato potenti interessi finanziari acquisiti, al riparo dalla responsabilità e rendicontazione pubblica. Le sfide sistemiche complesse e a lungo termine (come la disuguaglianza globale e le pandemie) sono state sistematicamente subordinate a prese di posizione politiche a breve termine e alla messinscena della sicurezza. La competenza nella pubblica amministrazione è stata svuotata a favore della lealtà di parte e della manipolazione del malcontento pubblico. Così si è inquinata profondamente la tecnocrazia e la verità.La storia dei 25 anni dopo quel drammatico 11 settembre rivela un paradosso tragico: la reazione difensiva eccessiva a un attacco terroristico ha smantellato con successo molte delle strutture aperte, collaborative e orientate al dialogo e allo sviluppo che rendevano resilienti, in primo luogo, le società democratiche e multilaterali, lasciando il mondo più povero, con conflitti di origine religiosa più radicalizzati ed estremisti, in un pianeta più frammentato e sistematicamente mal governato. A New York le Torri Gemelle non sono state ricostruite. Nello stesso luogo a Manhattan è sorta la Freedom Tower , l’edificio più alto dell’emisfero occidentale, 541 metri, 1.776 piedi (1776 fu l’anno della dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti) a fianco al museo memoriale dell’11 settembre. A ricordare i milioni di vittime causate da quella crisi rimane poco più delle pietre tombali e della disperazione delle loro famiglie e comunità. Possiamo però sperare e attivarci perché 25 anni dopo cominci almeno un ripensamento sull’incapacità delle armi di risolvere le incomprensioni tra i popoli e ricostruire alla stessa altezza non solo la libertà ma anche la giustizia e la pace.Giuseppe Notarstefano è Presidente dell’Azione Cattolica Italiana e dell’Istituto G. Toniolo per il diritto internazionale della paceSandro Calvani è Presidente del consiglio scientifico dell’Istituto G. Toniolo per il diritto internazionale della pace