Tra pochi giorni riapriranno le aule scolastiche. Se tra gli studenti ci fosse l’Italia, sarebbe bocciata in partenza visto che è in fondo alla classifica europea per spesa destinata all’istruzione. Non c’è da stupirsi: la scuola non sembra essere una priorità, né per i partiti di destra né per quelli di sinistra. Dal punto di vista del consenso, è evidente che sia più conveniente distribuire risorse - i soliti bonus, per intenderci - piuttosto che investire nel capitale umano di una generazione che diventa sempre meno rilevante sul piano elettorale. I giovani sono una minoranza e, soprattutto partecipano al voto in misura inferiore rispetto alle altre fasce di età. Resta, poi, un dubbio tutt’altro che secondario. Ossia che cittadini meno istruiti e meno consapevoli possano essere più facilmente condizionati da facili slogan e risposte semplicistiche. Per questo, in un Paese dove la forza lavoro diminuisce rapidamente - nei prossimi venticinque anni ci saranno sette milioni di persone in età lavorativa in meno - investire nel capitale umano è una necessità, non una scelta. I numeri, del resto, raccontano una realtà sconfortante. In base all’ultima rilevazione disponibile, quella del 2023, la spesa italiana per l’istruzione si è fermata al 4 per cento del Pil, ben al di sotto della media europea, pari al 4,7 per cento e, molto distante dalla virtuosa Svezia, che sfiora il 7 per cento. Peggio di noi fanno soltanto Lussemburgo, Ungheria, Malta, Grecia e Romania. Le grandi economie, come Francia e Germania, arrivano, rispettivamente al 5,2 e al 4,8 per cento del prodotto interno lordo. Ci supera anche chi - poco più di un decennio fa - era sull’orlo della bancarotta fa: la Spagna spende il 4,3 per cento del Pil e il Portogallo supera il 4,5. Ma non è finita qui. Se si guarda alla composizione della spesa totale, la bocciatura dell’Italia diventa ancora più netta: siamo proprio ultimi. Solo il 7,3 per cento delle risorse pubbliche va all’istruzione, una quota - peraltro - in calo rispetto a dieci anni fa quando superava l’8,1 per cento. Si tratta di un valore ben al di sotto della media europea, pari al 9,7 per cento, rimasta sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio. Fatta eccezione per la Francia, dove la quota ha registrato una lieve flessione ma sfiora comunque il 9 per cento, in quasi tutti gli Stati europei la percentuale di spesa in istruzione sul totale è aumentata dal 2013 e il 2023 ed è superiore alla nostra. Qualche esempio? In Germania la scuola assorbe il 9,4 delle uscite complessive, in Spagna il 9,2 per cento, in Grecia l’8,1 per cento. Insomma, non solo siamo fanalino di coda, abbiamo anche seguito una direzione opposta a quella degli altri partner europei. Dal 2024 qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato. Secondo le stime preliminari, il dato italiano dovrebbe attestarsi intorno all’8 per cento del totale. L’incremento sarebbe ascrivibile alle risorse derivanti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e alla spesa per il personale legata ai rinnovi contrattuali. Un recupero certamente ma che non ci riporta ai livelli pre-pandemici: nel 2019 i fondi per la scuola erano pari all’8,2 per cento del totale. Peraltro, c’è da chiedersi cosa succederà ora che il Piano è terminato. Il rischio è che la spesa per l’istruzione torni a perdere terreno. Le conseguenze delle scelte passate, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. Basta esaminare le prove Invalsi - quei test standardizzati che valutano in modo oggettivo le competenze acquisite in italiano, matematica e inglese - per capire il reale stato delle cose. Nel nostro Paese appena uno studente su due comprende davvero ciò che legge o è in grado di fare operazioni di base. L’arretramento, peraltro, si concentra maggiormente nelle classi superiori, e, in particolare tra i maturandi. E così le difficoltà si ripercuotono all’università. Solo il 31,1 per cento dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo universitario, a fronte del 44,8 registrato nell’Unione europea: peggio fa soltanto la Romania (23,2 per cento). Da tempo l’Europa, nelle sue raccomandazioni annuali, invita gli Stati europei a investire maggiormente nel capitale umano. In un’economia sempre più anziana come quella italiana, è fondamentale puntare su una formazione di qualità, personalizzata e capace di valorizzare i talenti di ciascuno. Una coalizione che si candida a governare il Paese con l’ambizione di cambiarlo dovrebbe partire da qui.
L’Italia bocciata nelle spese per l’istruzione
Tra pochi giorni riapriranno le aule scolastiche. Se tra gli studenti ci fosse l’Italia, sarebbe bocciata in partenza visto che è in fondo alla classifica europea per spesa destinata all’istruzione. Non c’è da stupirsi: la scuola non sembra essere una priorità, né per i partiti di destra né per quelli di sinistra. Dal punto di vista del consenso, è evidente che sia più conveniente distribuire risorse - i soliti bonus, per intenderci - piuttosto che investire nel capitale umano di una generazione che diventa sempre meno rilevante sul piano elettorale. I giovani sono una minoranza e, soprattutto partecipano al voto in misura inferiore rispetto alle altre fasce di età. Resta, poi, un dubbio tutt’altro che secondario. Ossia che cittadini meno istruiti e meno consapevoli possano essere più facilmente condizionati da facili slogan e risposte semplicistiche. Per questo, in un Paese dove la forza lavoro diminuisce rapidamente - nei prossimi venticinque anni ci saranno sette milioni di persone in età lavorativa in meno - investire nel capitale umano è una necessità, non una scelta. I numeri, del resto, raccontano una realtà sconfortante. In base all’ultima rilevazione disponibile, quella del 2023, la spesa italiana per l’istruzione si è fermata al 4 per cento del Pil, ben al di sotto della media europea, pari al 4,7 per cento e, molto distante dalla virtuosa Svezia, che sfiora il 7 per cento. Peggio di noi fanno soltanto Lussemburgo, Ungheria, Malta, Grecia e Romania. Le grandi economie, come Francia e Germania, arrivano, rispettivamente al 5,2 e al 4,8 per cento del prodotto interno lordo. Ci supera anche chi - poco più di un decennio fa - era sull’orlo della bancarotta fa: la Spagna spende il 4,3 per cento del Pil e il Portogallo supera il 4,5. Ma non è finita qui. Se si guarda alla composizione della spesa totale, la bocciatura dell’Italia diventa ancora più netta: siamo proprio ultimi. Solo il 7,3 per cento delle risorse pubbliche va all’istruzione, una quota - peraltro - in calo rispetto a dieci anni fa quando superava l’8,1 per cento. Si tratta di un valore ben al di sotto della media europea, pari al 9,7 per cento, rimasta sostanzialmente stabile nell’ultimo decennio. Fatta eccezione per la Francia, dove la quota ha registrato una lieve flessione ma sfiora comunque il 9 per cento, in quasi tutti gli Stati europei la percentuale di spesa in istruzione sul totale è aumentata dal 2013 e il 2023 ed è superiore alla nostra. Qualche esempio? In Germania la scuola assorbe il 9,4 delle uscite complessive, in Spagna il 9,2 per cento, in Grecia l’8,1 per cento. Insomma, non solo siamo fanalino di coda, abbiamo anche seguito una direzione opposta a quella degli altri partner europei. Dal 2024 qualcosa, tuttavia, sembra essere cambiato. Secondo le stime preliminari, il dato italiano dovrebbe attestarsi intorno all’8 per cento del totale. L’incremento sarebbe ascrivibile alle risorse derivanti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) e alla spesa per il personale legata ai rinnovi contrattuali. Un recupero certamente ma che non ci riporta ai livelli pre-pandemici: nel 2019 i fondi per la scuola erano pari all’8,2 per cento del totale. Peraltro, c’è da chiedersi cosa succederà ora che il Piano è terminato. Il rischio è che la spesa per l’istruzione torni a perdere terreno. Le conseguenze delle scelte passate, del resto, sono sotto gli occhi di tutti. Basta esaminare le prove Invalsi - quei test standardizzati che valutano in modo oggettivo le competenze acquisite in italiano, matematica e inglese - per capire il reale stato delle cose. Nel nostro Paese appena uno studente su due comprende davvero ciò che legge o è in grado di fare operazioni di base. L’arretramento, peraltro, si concentra maggiormente nelle classi superiori, e, in particolare tra i maturandi. E così le difficoltà si ripercuotono all’università. Solo il 31,1 per cento dei ragazzi tra i 25 e i 34 anni possiede un titolo universitario, a fronte del 44,8 registrato nell’Unione europea: peggio fa soltanto la Romania (23,2 per cento). Da tempo l’Europa, nelle sue raccomandazioni annuali, invita gli Stati europei a investire maggiormente nel capitale umano. In un’economia sempre più anziana come quella italiana, è fondamentale puntare su una formazione di qualità, personalizzata e capace di valorizzare i talenti di ciascuno. Una coalizione che si candida a governare il Paese con l’ambizione di cambiarlo dovrebbe partire da qui.
















